Il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transitava circa il 20% del petrolio e del gas mondiale, sta producendo un impatto immediato e profondo sulle catene di approvvigionamento globali.
Il traffico marittimo è crollato: da migliaia di navi al mese, si registra il passaggio di poche decine, riducendo drasticamente i flussi energetici e alimentando forti tensioni sui mercati internazionali.
Si tratta di un vero e proprio collo di bottiglia: un passaggio largo poco più di 30 chilometri che oggi condiziona l’equilibrio energetico globale. Le conseguenze non si limitano al settore petrolifero, ma si estendono rapidamente a tutta la logistica e, a cascata, alle filiere produttive.
Passaggi selettivi e nuovi equilibri
La chiusura, decisa dall’Iran dopo l’escalation militare di fine febbraio, non è però totale. Il transito nello Stretto continua in forma ridotta e controllata. Alcuni Paesi riescono a ottenere il via libera grazie ad accordi mirati con Teheran, che consente il passaggio alle navi considerate non ostili.
Cina, India e altri partner strategici mantengono così, almeno in parte, i propri flussi energetici, mentre molte economie restano esposte a interruzioni o rallentamenti. Questo sistema selettivo sta ridisegnando gli equilibri geopolitici ed economici, introducendo un elemento di forte incertezza sulle rotte globali.
Come già evidenziato nei giorni scorsi su myfruit, le tensioni internazionali stanno incidendo in modo crescente sulle filiere agroalimentari. L’attuale crisi non fa che rafforzare uno scenario già delineato, in cui energia, trasporti e disponibilità delle materie prime diventano fattori decisivi per la competitività delle imprese.
Trasporti sotto pressione
Le ricadute sono ormai evidenti anche in Europa. Il costo del carburante è aumentato oltre il 30% in poche settimane, con effetti diretti sul trasporto merci. Le imprese del settore segnalano margini sempre più ridotti e chiedono adeguamenti tariffari per compensare l’impennata dei costi operativi.
Il rischio è quello di un blocco progressivo delle attività: senza un riconoscimento dei maggiori costi lungo la filiera, la sostenibilità economica del comparto è messa in discussione. Una dinamica che può tradursi rapidamente in rallentamenti nelle consegne e difficoltà di approvvigionamento.
Allarme anche nei cieli
Le criticità si estendono anche al trasporto aereo. La riduzione delle forniture di cherosene dal Golfo Persico ha già portato a primi segnali di tensione, con razionamenti in alcuni aeroporti italiani e limitazioni nei rifornimenti.
Le compagnie stanno reagendo riorganizzando le rotte, aumentando il cosiddetto tankering e cercando fornitori alternativi, ma il sistema resta sotto pressione. L’aumento del costo del carburante si riflette inoltre sui prezzi dei biglietti e, indirettamente, sul costo del trasporto merci via aerea, componente sempre più rilevante per alcuni prodotti freschi ad alto valore.
Effetti sul trasporto marittimo
Anche il comparto marittimo segnala forti tensioni. L’aumento dei carburanti incide pesantemente sui servizi di linea, in particolare su quelli nazionali e sui collegamenti con le isole, già strutturalmente più fragili.
Le associazioni di categoria chiedono interventi urgenti per evitare una riduzione dei collegamenti, sottolineando il rischio di una contrazione dell’offerta. Una dinamica che potrebbe avere effetti a catena su tutta la logistica, con ripercussioni dirette sulle filiere agroalimentari e sulla distribuzione dei prodotti.