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31 marzo 2026

Hormuz, l’Iran approva il pedaggio

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Forse è il momento della svolta per l’oramai infinita questione Hormuz. Poche ore fa il Parlamento iraniano ha approvato il piano per introdurre un pedaggio alle navi in transito nello Stretto, formalizzando un sistema che, come aveva riferito myfruit, nelle ultime settimane era già stato applicato in modo informale

La misura, riportata dai media iraniani e ripresa dai quotidiani internazionali, rivendica il ruolo sovrano di Teheran sullo Stretto e punta a rafforzarne il controllo strategico. i dettagli del pedaggio al momento non sono ancora noti, si sa solo che il provvedimento include anche la cooperazione con l’Oman e il divieto per altri Paesi di imporre sanzioni unilaterali all’Iran.

Il tema energetico

Come è noto lo Stretto di Hormuz è uno snodo cruciale: in condizioni normali vi transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. 

Dall’inizio del conflitto, l’Iran ha già introdotto un sistema di passaggio controllato, chiedendo pagamenti per garantire un transito sicuro. In alcuni casi, secondo diverse fonti, le navi avrebbero pagato anche milioni di dollari. 

Il traffico però, negli ultimi tempi, è stato fortemente ridotto e selettivo: di fatto passano le imbarcazioni di Paesi considerati amici, mentre molte altre restano bloccate o vengono scoraggiate dal rischio.

La linea di Trump

Nel frattempo, sull’altro fronte, quello trumpiano, poco prima dell’approvazione del pedaggio, il presidente degli Stati Uniti si sarebbe detto disponibile a una possibile conclusione del conflitto anche senza una piena riapertura dello Stretto.

La Casa Bianca ritiene infatti che un’operazione militare per forzare il passaggio rischierebbe di prolungare la guerra oltre la finestra iniziale di quattro-sei settimane. L’obiettivo diventerebbe quindi più limitato: indebolire le capacità navali e missilistiche iraniane e chiudere le ostilità, lasciando alla diplomazia il compito di riaprire Hormuz.

Obiettivi e rischi

La nuova impostazione rappresenta un cambio di passo notevole rispetto al piano iniziale, che prevedeva la riapertura immediata dello Stretto come condizione per la fine della guerra.

Una scelta che comporta rischi, ma che forse si rende obbligata: il blocco dello Stretto ha già ridotto drasticamente il traffico e sta contribuendo all’aumento dei prezzi del petrolio in maniera significativa. 

Il commento di Federlogistica

"Il quasi blocco dello Stretto di Hormuz non rappresenta semplicemente un rischio geopolitico o un fattore di pressione sui prezzi energetici - rileva Davide Falteri, presidente di Federlogistica - Ma è il possibile punto di rottura di un modello globale costruito negli ultimi trent’anni sulla continuità, sulla prevedibilità e sulla fluidità degli scambi. Hormuz rischia di colpire la struttura stessa dell’economia reale".

“Non siamo di fronte a una crisi congiunturale bensì a una possibile ridefinizione degli equilibri globali - prosegue - Quando si altera la logistica, non si rallenta semplicemente il commercio, si mette in discussione il funzionamento stesso del sistema economico”.

"Per decenni, il commercio internazionale si è basato su un presupposto implicito ma fondamentale - argomenta il presidente - le merci partono e arrivano. Le rotte erano considerate affidabili, i tempi programmabili, i flussi continui. Oggi questo paradigma è incrinato. Ora irrompe l’imprevedibilità strutturale, che impedisce alle imprese di pianificare, le costringe a congelare gli investimenti davanti a una frammentazione delle filiere produttive”.

Quando viene meno la prevedibilità - sottolinea Falteri - il problema non è più solo economico: diventa sistemico. E la logistica - spesso percepita come invisibile - si sta rivelando per quello che è realmente: un’infrastruttura critica globale, al pari dell’energia e delle reti digitali.

“Per una crisi di tale portata - conclude - la risposta deve essere straordinaria: servono decisioni rapide, coordinate e coraggiose, a livello nazionale ed europeo. La logistica deve essere riconosciuta come asset strategico e governata come tale per evitare un impatto diretto sulla competitività delle imprese, sulla produzione e sulla occupazione messe a rischio da quella che sarebbe una regionalizzazione degli scambi”.

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