La crisi nello stretto di Hormuz continua a intensificarsi e il suo impatto potrebbe estendersi ben oltre il settore energetico. Nei giorni scorsi myfruit ha riferito dell’ingorgo nello snodo marittimo tra Iran e Oman e dei possibili scenari geopolitici che si stanno delineando, oltre ad aver riferito delle possibili ricadute sul settore ortofrutticolo.
Ora il quadro si complica ulteriormente, con nuove variabili che preoccupano i governi europei e anche le filiere produttive più sensibili ai costi energetici e logistici.
Il traffico marittimo nello stretto è crollato fino al 90% per le petroliere, segnale evidente di un passaggio ormai quasi paralizzato. Non si tratta solo di una questione di sicurezza: l’interruzione delle rotte sta generando una catena di effetti economici che potrebbe arrivare fino ai prezzi al consumo.
Secondo le stime più attendibili, sarebbero circa mille le navi bloccate nello Stretto di Hormuz. Circa la metà sono petroliere di petrolio e gas, per un valore complessivo superiore ai 25 miliardi di dollari.
Il nodo del Gnl: stop dagli impianti del Qatar
A pesare sulla situazione è anche la decisione di QatarEnergy di fermare temporaneamente gli impianti di produzione di gas naturale liquefatto. Secondo quanto riportato da Reuters, lo stop durerà almeno due settimane, cui se ne aggiungeranno altre per il riavvio degli impianti una volta terminata l’escalation militare.
Per l’Italia il tema è particolarmente rilevante. Il Gnl proveniente dal Qatar rappresenta infatti una quota significativa delle importazioni nazionali di gas liquefatto. Il problema non è tanto la disponibilità immediata della materia prima – le scorte europee sono relativamente solide – quanto l’effetto che una riduzione dell’offerta può avere sui prezzi del mercato energetico.
Il rischio principale? I prezzi in aumento
Proprio l’aumento dei prezzi è il fattore che preoccupa maggiormente le istituzioni. La chiusura dello stretto di Hormuz non si sa quanto durerà: potrebbe essere breve, ma potrebbe diventare un aspetto con cui fare i conti nel lungo periodo.
In questo secondo caso, le conseguenze potrebbero riguardare competitività industriale, inflazione, commercio estero e crescita economica. I settori più esposti sono quelli energivori – trasporti, logistica, industria pesante, chimica e plastica – ma gli effetti potrebbero propagarsi lungo l’intera catena economica.
In particolare, un aumento prolungato dei prezzi di gas e petrolio potrebbe alimentare una nuova pressione inflattiva con ricadute anche sul carrello della spesa.
Dalla geopolitica al carrello della spesa
Energia più cara significa infatti trasporti più costosi, logistica più complessa e aumento delle spese per la trasformazione e la conservazione dei prodotti. Per la filiera ortofrutticola, che dipende in modo significativo dalla catena del freddo, dalla movimentazione e dai trasporti, anche oscillazioni relativamente contenute dei costi energetici possono tradursi in margini più stretti.
Non a caso il governo italiano sta monitorando con attenzione le possibili ricadute della crisi proprio sul comparto agroalimentare e sull’inflazione alimentare.
Le contromisure e il monitoraggio del governo
Dal punto di vista delle forniture, l’Italia dispone di una rete relativamente diversificata e di livelli di stoccaggio tra i più alti in Europa. Questo riduce il rischio di carenze immediate di gas. Tuttavia la preoccupazione resta elevata. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato come una chiusura prolungata dello stretto potrebbe avere “effetti duramente negativi sulle economie internazionali”.
Anche il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha ricordato che, in caso di emergenza, il Paese potrebbe persino valutare il riavvio temporaneo di centrali a carbone, considerate una riserva estrema per garantire la sicurezza energetica.
La voce dell'agricoltura
Alle preoccupazioni istituzionali si aggiunge anche la voce delle organizzazioni agricole. Secondo l’Associazione italiana coltivatori (Aic), le crisi geopolitiche come quella in corso in Medio Oriente stanno diventando un vero e proprio fattore di instabilità economica per le filiere produttive.
"Quando energia e logistica entrano in tensione – osserva – i rincari si propagano lungo le catene del valore e finiscono per colpire l’intera economia, agricoltura compresa". L’impatto può arrivare sia sui costi diretti sia sulle attività di trasformazione: operazioni come essiccazione dei cereali e molitura, ad esempio, possono avere un’incidenza dell’energia fino al 25-30% dei costi. A questo si aggiunge il peso del gasolio agricolo, che in alcune aziende rappresenta fino al 10-15% delle spese di produzione".
Un altro punto sensibile riguarda i fertilizzanti e le materie prime agricole. Secondo l’Aic, circa il 30% degli scambi globali passa proprio attraverso lo stretto di Hormuz, mentre sono sotto pressione anche i corridoi terrestri e aerei tra Europa e Asia, con possibili ricadute su tempi e costi delle catene di approvvigionamento. Per Aic diventa quindi necessario rafforzare il coordinamento nazionale per affrontare crisi di questo tipo. L’associazione propone la creazione di una piattaforma per la resilienza geoeconomica delle imprese, capace di supportare soprattutto le Pmi con strumenti di risposta rapida e linee guida dedicate ai diversi settori produttivi.
"Le perduranti tensioni in Medio Oriente stanno provocando da qualche tempo difficoltà alle esportazioni del nostro Paese, con considerevoli aumenti dei costi dei noli marittimi e delle polizze assicurative per l'incremento dei rischi - rileva Confagricoltura Piemonte - Con i recentissimi atti di guerra la situazione è decisamente peggiorata, provocando ulteriori gravi contraccolpi all'export agroalimentare verso il Medio Oriente e i mercati asiatici, che possono mettere a repentaglio un valore complessivo di 6 miliardi di euro".