Lo Stretto di Hormuz è sotto controllo totale iraniano e il commercio globale trema. Mentre i Pasdaran rivendicano il presidio militare del passaggio chiave tra Golfo Persico e Oceano Indiano, una parte della flotta mondiale di portacontainer è di fatto bloccata.
Un corto circuito geopolitico che rischia di trasformarsi in una nuova emergenza energetica e alimentare, con ripercussioni dirette anche sulle filiere ortofrutticole.
Secondo quanto riportato da Al-Arabiya e dall’agenzia Fars, Mohammad Akbarzadeh, alto ufficiale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc), ha dichiarato che “lo Stretto di Hormuz è attualmente sotto il completo controllo della forza navale della Guardia rivoluzionaria”.
Una presa di posizione netta, arrivata dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro obiettivi in Iran e la conseguente reazione di Teheran, con minacce esplicite contro le navi in transito.
Il nodo energetico e le tensioni internazionali
Lo Stretto di Hormuz rappresenta un punto di strozzatura cruciale per il commercio mondiale di petrolio. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che la Marina americana potrebbe scortare le petroliere “se necessario” attraverso il corridoio marittimo.
Sul fronte europeo, il gruppo di coordinamento Ue sul petrolio ha sottolineato che al momento “non sussistono problemi di sicurezza”, ma che prezzi ed effetti delle tensioni restano una “forte preoccupazione”. La durata del conflitto, eventuali danni alle infrastrutture energetiche e una possibile chiusura dello Stretto determineranno le conseguenze sui mercati europei.
Per ora non sono state richieste misure coordinate a livello Ue, ma non si esclude una nuova riunione già nei prossimi giorni.
La flotta container in stallo
L’impatto sulla logistica è già tangibile. Nel Golfo e nello Stretto di Hormuz circa cento navi portacontainer, pari a quasi il 10% della flotta mondiale di settore, sono coinvolte in un ingorgo che interessa complessivamente circa 750 unità di varie tipologie. Il dato è stato fornito dalla Ocean Network Express ieri.
Secondo Lloyd’s List, i transiti nello Stretto sono crollati dell’81% in un solo giorno: un arresto quasi totale dei passaggi. Non si tratta di una chiusura formale, ma di un blocco di fatto determinato dalle decisioni operative delle compagnie e dalla sospensione delle coperture assicurative, in particolare per il rischio guerra e i danni allo scafo.
Senza garanzie adeguate, proseguire il transito comporterebbe esposizioni economiche e contrattuali insostenibili. Molte navi sono in attesa di istruzioni o sono state indirizzate verso aree di sicurezza fuori dallo Stretto.
Le principali compagnie container hanno reagito con misure restrittive: Maersk ha sospeso a tempo indeterminato i transiti; altri big come Msc, Cma Cgm e Hapag-Lloyd hanno disposto deviazioni o soste temporanee. Il risultato è un accumulo di tonnellaggio nel Golfo e il rischio di un effetto domino sulle rotte Est-Ovest.
Le conseguenze si riflettono sui porti dell’area, a partire da Jebel Ali, con possibili omissioni di scalo e accumuli di container nei terminal. L’incertezza sugli arrivi può generare congestioni a terra e disallineamenti nelle connessioni feeder verso Oman, Qatar e altri Paesi del Golfo, complicando la pianificazione di ritiri, consegne e gestione dei vuoti.
Agroalimentare sotto pressione
Lo scenario mediorientale si inserisce, oltretutto, in un contesto in cui, secondo le stime provvisorie dell’Istat sui prezzi al consumo di febbraio 2026, l’inflazione alimentare mostra già segnali di accelerazione.
I dati evidenziano un’accelerazione nel comparto food, più marcata per gli alimentari non lavorati. Nel carrello tornano a crescere anche diverse referenze fresche – dagli ortaggi ai tuberi, fino a banane e legumi – dopo una fase più moderata nei mesi precedenti. Una dinamica che precede l’escalation nello Stretto di Hormuz e che quindi non ne incorpora ancora gli effetti.
È proprio questo l’elemento da considerare: eventuali tensioni prolungate su energia, assicurazioni e trasporti si innesterebbero su un sistema agroalimentare già alle prese con costi elevati e margini ridotti. I prodotti freschi, per loro natura, risentono in modo particolare dell’efficienza logistica e della stabilità dei costi energetici, dalla catena del freddo ai flussi marittimi.
In questo quadro, il tema non riguarda soltanto gli scambi con l’area del Golfo, ma la tenuta complessiva delle catene di approvvigionamento e dei mercati di sbocco. In uno scenario di volatilità protratta, pianificazione, diversificazione delle rotte e controllo dei costi diventano leve decisive per evitare che una crisi geopolitica si traduca in un ulteriore fattore strutturale di pressione per le imprese e, a cascata, per i consumi.
La parola agli stakeholder
“Servono misure straordinarie e immediate contro il caro-bollette e a salvaguardia della produttività agricola”, ha dichiarato Cristiano Fini, presidente della Cia-Agricoltori Italiani, evidenziando la centralità dei prodotti freschi e ortofrutticoli nel sistema alimentare.
Anche la Coldiretti, attraverso le parole di Vincenzo Gesmundo ed Ettore Prandini, ha segnalato che l’instabilità internazionale rischia di far lievitare i costi lungo tutta la filiera agroalimentare. Prandini ha ricordato che oltre il 25% dei fertilizzanti globali proviene da aree a rischio e che eventuali interruzioni avrebbero impatti diretti su produzione, disponibilità e prezzi di frutta e ortaggi.
“Le nostre aziende sono abituate a resistere e a guardare al futuro, ma serve una strategia nazionale ed europea che difenda produzione, lavoro e pace”, ha concluso Gesmundo.