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Fragole italiane 12 mesi l’anno: una mappa

In Basilicata perde terreno la Sabrosa Candonga. Il punto su varietà e commercio per ogni regione dedita alle fragole

Chi vuole fragole italiane può acquistarle o mangiarle 12 mesi l’anno, cambia la regione ma sventola sempre la bandiera italiana su campi e serre. Un sistema che si basa sull’estrema variabilità climatica del nostro Paese. A cui corrisponde una forte diversità di scelta varietale, di coltivazione e  di finestra commerciale. Lo ha spiegato a myfruit.it Gianluca Baruzzi, ricercatore (responsabile di sede) del Crea di Forlì che ha presentato il lavoro ad un recente webinar dedicato a fragole e piccoli frutti.

Aumenta la specializzazione delle aziende, transumanti per ampliare l’offerta

Gianluca Baruzzi

Cresce la capacità e la professionalità delle aziende della fragolicoltura italiana. “Sempre di più le fragole italiane sono prodotte 12 mesi l’anno con un flusso più significativo ad aprile e maggio, ma negli ultimi anni si registra l’aumento di disponibilità del prodotto nei mesi invernali, estivi ed autunnali”.

Queste le parole di Baruzzi che aggiunge: “Il picco è sempre ad aprile e maggio, ma le fragole sono presenti sul mercato tutto l’anno. Sempre più aziende si stanno specializzando, non si tratta più di colture estemporanee a cui dedicare un periodo limitato di tempo. Riescono a produrre per più periodi e si spostano nel territorio per coprire un maggiore arco temporale“. Qualche esempio? “Dal Metapontino vanno nella Sila, sono piccoli esempi ma significativi”.

In Italia quattromila ettari dedicati, la metà tra Basilicata e Campania

I dati Cso Italy al 2021 parlano di quasi 4mila ettari dedicati alle fragole. La metà tra Basilicata e Campania, ciascuna con circa 1000 ettari, segue la Sicilia con 319. Resiste l’Emilia-Romagna che dopo i cali degli anni scorsi si è stabilizzata sui 200, importante l’area del Veronese con 250 ettari. Resta importante l’arco alpino con Piemonte (140), Trento (119), Bolzano (110). Rilevante pure la Calabria (142). Le tre Italie, ognuna con una sua specificità. Il nord conta per il 30% (1171) e il sud per il 70% (2791).

Cambiano le varietà, perde terreno la Sabrosa Candonga

Il ricercatore ha presentato una mappa mondiale dell’evoluzione delle diverse varietà, un quadro sulle più  importanti aree produttive. Poi il focus nazionale sulle diverse realtà regionali. Il dato più interessante riguarda la Basilicata dove la fragolicoltura ha conquistato un significativo spazio economico con importanti riflessi sociali e culturali. La regione è spesso identificata con la fragola Candonga, il marchio commerciale più conosciuto della varietà Sabrosa.

Ma qualcosa si muove: “Regina incontrastata del Metapontino e alla base del successo della fragolicoltura in quei territori dove si registra tuttora un trend crescente, oggi subisce una significativa contrazione: dal 80 al 90% all’attuale 57%“. Dall’unica varietà coltivata si passa: “Al rinnovato interesse su altre che hanno mostrato caratteristiche innovative, sottolinea Baruzzi, con Inspire nel tardo raccolto e Rossetta per la precocità di maturazione. Aspetti che hanno indotto a diversificare, ma domina sempre la Sabrosa“. I dati regionali sono quelli di Alsia: l’ Agenzia lucana di sviluppo e di innovazione in agricoltura.

Le rosse di Campania e  di  Sicilia

La Campania si distingue per la superficie dedicata, sta dietro di poco la Basilicata: “Si nota una perdita nella Piana del Sele e per contro un aumento nell’Agro Aversano, vicino Napoli”. Le varietà sono diversificate con Melissa, Sabrina e Marinbella. Ci spostiamo in Sicilia dove vige il governo della varietà unica: la Florida Fortuna. Si parla soprattutto di Marsala. “La varietà non è comune a nessun altro territorio, estremamente precoce grazie al clima di Marsala e si ha così il prodotto per l’inverno”.

La Romagna tardo primaverile, l’autunno rosso di Verona e l’estate alpina

L’Emilia-Romagna ha perso tanti ettari negli ultimi anni, ma la situazione si sta stabilizzando. “Un calo di interesse per la coltura, ma recentemente si registra una certa stabilità. La Romagna era il principale produttore degli anni 70 e 80, ora  la situazione si è ribaltata. Rappresenta circa il 10% a livello nazionale, una notevole variabilità di cultivar, con zone di coltivazione in pieno campo. Coprono la finestra commerciale da metà maggio a inizio giugno, si inseriscono sulla coda dell’ ambiente mediterraneo e anticipano le fragole dell’estate, per esempio dalla Germania”. Queste le varietà Sibilla, Joly, Aprica, Clery, Brilla.

Nel veronese si scopre un’alta diversificazione varietale con Aprica, Agnese, Antea, Garda e Callas. “Il principale bacino colturale autunnale, hanno doppia produzione con fragole anche in primavera. Significativa la presenza del fuori suolo pari al 10%  e la produzione di montagna della Lessinia che si somma a quella a valle, nel bacino padano”.

Infine, l’arco alpino, a iniziare dal Piemonte: “Al pari dell’Emilia-Romagna anche il Piemonte ha visto la riduzione delle superfici dedicate, ma sono produzioni significative per il periodo estivo“. Come il contributo di Trento e Bolzano. “In Val Martello si hanno produzioni estive a 1600/1800 metri, maturano a fine luglio e si arriva fino ai primi geli di ottobre”.

In questa ipotetica staffetta il testimone passa a Verona nelle prime settimane autunnali, a novembre riprende la Sicilia per l’inverno e poi segue  tutto il sud per arrivare al picco di aprile e maggio. Un concerto varietale, climatico e commerciale che permette di avere prodotto italiano 12 mesi l’anno.

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