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25 giugno 2026

Pere non solo meteo e clima, mancano i giovani consumatori

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C’è il drammatico tema delle fitopatie, quello altrettanto pressante dei cambiamenti climatici – dagli eventi estremi alle stagioni segnate da troppo caldo o troppa pioggia – e poi il nodo demografico, che lascia le aziende senza braccia e senza competenze agricole. Sono fattori pesanti, che negli ultimi anni hanno contribuito alla riduzione delle superfici coltivate. Ma il problema dei problemi è un altro: la pera parla e piace soprattutto agli over 55, in particolare agli over 65. È il frutto dei boomers e della parte più adulta della generazione X. All’appello mancano intere fasce di consumatori, dai millennials ai più giovani, che la pera la frequentano poco o per nulla.

Se reti antigrandine e anti-insetto o le ventole possono mitigare gli effetti del clima, se le Tea promettono varietà più resilienti e la robotica può compensare almeno in parte la carenza di manodopera, resta aperta la questione decisiva: riportare la pera nelle abitudini delle generazioni under 55. È questa una delle evidenze emerse con maggiore chiarezza a Interpera 2026, l’evento internazionale ospitato quest’anno a Ferrara e dedicato al mercato e alla produzione delle pere, con la partecipazione dei principali Paesi produttori.

Il settore può contare su strumenti tecnici e agronomici per affrontare le sfide produttive, ma senza un rinnovamento della base dei consumatori rischia di non trovare lo slancio necessario per invertire la rotta. La sfida, oggi, è culturale oltre che agricola: far riscoprire la pera alle generazioni che non l’hanno mai davvero adottata.

Macchi (CSO Italy): “Serve tornare a produrre e rafforzare la qualità per recuperare competitività”

L'evento si è aperto con i saluti istituzionali e l'apertura del presidente d Cso Italy Paolo Bruni che ha sottolineato l'importanza per  Ferrara, l'Emilia Romagna e l'Italia di Interpera 2026. Nonostante la crisi del comparto in termini di superfici coltivate il nostro Paese resta al vertice in Europa per la produzione delle pere.

Interessante la fotografia presentata da Elisa Macchi durante la sessione dedicata alla commercializzazione delle pere restituisce un settore che, negli ultimi dieci anni, ha vissuto una trasformazione profonda. Nel 2025 la produzione europea "si è fermata a 1,8 milioni di tonnellate, contro i 2 milioni del decennio precedente: un calo che riflette non solo le difficoltà produttive, ma anche la riduzione delle superfici coltivate e un nuovo equilibrio tra i Paesi produttori".

Nel 2018 ricorda Macchi "l’Italia rappresentava circa il 30% della produzione europea, seguita da Belgio, Olanda, Spagna, Francia e Portogallo. Oggi lo scenario è cambiato: il nostro Paese ha perso peso specifico, mentre gli altri player sono rimasti sostanzialmente stabili e la Polonia ha iniziato a crescere, diventando un attore sempre più rilevante". I numeri del grafico qui sotto illustrano bene la geopolitica della pera degli anni venti di questo millennio. Non siamo più i primi della classe, ma restiamo in vetta. Olanda e Belgio sono cresciuti, ma percentualmente parliamo di pochi punti. 


L'Italia non esporta tanto, consuma. Polonia quasi tutta la produzione verso l'export

Un nodo importante  resta la capacità di esportare. "L’Italia destina ai mercati esteri appena il 14% della propria produzione, una quota molto distante dalla quasi totalità esportata dalla Polonia o dagli oltre 80% di Belgio e Olanda. La maggior parte dei flussi resta all’interno dell’Unione europea. L’Olanda ha aumentato le spedizioni verso la Germania proprio negli anni in cui l’Italia arretrava, e una dinamica simile si osserva anche per il Belgio, che ha incrementato l’export verso il nostro mercato. La Spagna esporta circa il 40% della produzione, con una parte diretta fuori dall’Unione europea. Sono invece in calo le spedizioni verso Medio Oriente, Nord Africa, Marocco e Brasile, mercati che negli ultimi anni hanno ridotto gli acquisti". Qui pesa, per il Brasile, il lavoro dell'Argentina. 

La Polonia rappresenta il caso più emblematico: esporta quasi esclusivamente verso Paesi extra Ue, con una forte presenza in Asia centrale, in particolare in Kazakistan, dove le spedizioni hanno raggiunto le 30mila tonnellate. A questi si aggiungono "Bielorussia e altri mercati europei". L’Italia, che un tempo esportava 70mila tonnellate, oggi si ferma intorno alle 20mila. La domanda di pere estere cresce in Asia centrale e, dopo la Polonia, anche la Cina sta aumentando la propria presenza. Lo stesso vale per il Medio Oriente, dove i Paesi extra Ue stanno guadagnando spazio.

Secondo Macchi, la risposta non può che partire da "una ripresa produttiva e da un investimento deciso sulla qualità e sull’innovazione. La competitività, ha sottolineato, si costruisce anche attraverso una maggiore sinergia commerciale all’interno dell’Unione europea, valorizzando l’identità del prodotto e rafforzando la capacità di presidiare i mercati internazionali". Solo così l’Italia potrà recuperare terreno in un contesto sempre più dinamico e competitivo.

Il mondo della pera è cambiato soprattutto per Italia e Spagna

Manel Simon (Afrucat) moderatore del primo panel  ha ricordato come nel 2005 l’Italia producesse circa un milione di tonnellate di pere, seguita dalla Spagna con 600 mila. Entrambi i Paesi, oggi, hanno visto dimezzare la propria capacità produttiva. Al contrario, Olanda e Belgio, che partivano da circa 200 mila tonnellate, sono saliti a 400 mila, raggiungendo i livelli italiani di oggi. Il Portogallo è rimasto stabile, mentre la Francia – che aveva un potenziale tra 200 e 250 mila tonnellate, simile a quello di Olanda e Belgio – è scesa negli anni scorsi ma sta ora recuperando.

La distribuzione varietale 

Sul fronte varietale, la Conference resta la prima in Europa, seguita da Williams e Abate. Tutte le varietà hanno registrato un calo, ad eccezione proprio della Conference, che però negli ultimi anni mostra anch’essa segnali di difficoltà. L’Europa mantiene comunque una forte specializzazione: il Portogallo con la Rocha, Olanda e Belgio con la Conference, l’Italia con l’Abate.

Simon ha poi evidenziato come la riduzione della pera nei diversi Paesi sia spesso accompagnata da colture sostitutive. In Spagna, ad esempio, la pera viene rimpiazzata da drupacee o mandorleti. In Italia il quadro è più incerto, mentre Olanda e Belgio mantengono una sostanziale stabilità. La Francia, invece, sembra orientarsi verso un portafoglio varietale più diversificato.

Pere europee, tra un 2025 positivo e un 2026 ancora incerto

A Interpera 2026 è emerso un quadro europeo in chiaroscuro. Per l’Italia, Tomas Bosi (CSO Italy) ha descritto un 2025 con buona qualità e prezzi soddisfacenti e un calo degli ettari dell’8%. Per il 2026 si attende una lieve ripresa, ma l’ondata di caldo potrebbe pesare soprattutto sulle varietà estive. Dal Belgio, Luc Vanoirbeek (VBT) ha ricordato un 2025 positivo, mentre per il 2026 le stime restano incerte per grandinate e rischio di bruciature solari, con possibili variazioni fino al 15-19%. La stagione dovrebbe comunque essere simile alla precedente. L’Olanda, secondo Mark Vermooij (Urfruit/Fresh Produce Centre), arriva da un raccolto superiore alle attese, con frutti più morbidi e alto grado Brix. Per il 2026 le condizioni meteo e la presenza di molti frutti fanno prevedere un raccolto migliore dell’anno scorso. In Francia, Vincent Guérin (ANPP) ha definito il 2025 un anno di riferimento, con grado Brix elevato. Per il 2026 si stimano 140 mila tonnellate, leggermente meno del 2025, ma senza danni da grandine. Resta da valutare l’impatto del caldo. Dal Portogallo, Vítor Fonseca (ANP) ha segnalato prezzi stabili nel 2025 ma un settore in difficoltà per mancanza di ricambio generazionale e problemi fitosanitari. Per il 2026 è possibile un aumento fino al 15%, anche se molti piccoli produttori stanno abbandonando. Infine la Spagna, rappresentata da Manel Simon (Afrucat), arriva da due anni difficili per scarsa fioritura e siccità. Nel 2025 i calibri ridotti hanno penalizzato i prezzi. Per il 2026-2027 piogge intense a maggio e temperature fino a 40 gradi a giugno fanno prevedere una produzione inferiore, con la Valle dell’Ebro decisiva.


Interpera 2026, i Paesi europei a confronto su qualità, comunicazione e nuovi consumatori per rilanciare la pera

A Interpera 2026 il confronto tra i rappresentanti dei principali Paesi produttori europei ha messo in luce un punto condiviso: il futuro della pera passa da una strategia che unisce qualità, comunicazione e capacità di parlare ai consumatori più giovani. Le sfide produttive restano, ma la vera partita si gioca sul mercato.

A introdurre il confronto sul tema  tra i rappresentanti dei principali Paesi produttori è stato Luca Pagliacci di Unapera, che ha posto subito la questione centrale: la pera europea sta perdendo ettari, sta perdendo produzione e, soprattutto, sta perdendo consumatori, con un pubblico sempre più anziano. "Oggi il 30% dei volumi è acquistato dagli over 55, che arrivano a rappresentare il 40% del valore complessivo. Un dato che conferma come il frutto resti ancorato a un’immagine tradizionale, poco attrattiva per le generazioni più giovani". Pagliacci ha ricordato che l’etichetta Igp funziona e porta valore, ma da sola non basta. Occorre rendere la pera un prodotto di primo piano nel carrello, puntando sul salutismo, coinvolgendo il fuori casa e l’horeca, inserendola nelle ricette e nelle preparazioni dei professionisti, e lavorando con nutrizionisti e media dedicati alla salute per rafforzarne il posizionamento come frutto del benessere.

Dal Belgio, Luc Vanoirbeek (VBT) ha sottolineato come la priorità, nel breve periodo, sia “la qualità a tutti i costi”, un approccio che deve valere tanto per i mercati nazionali quanto per quelli più competitivi, la “Champions League” del settore. Non basta produrre bene, ha spiegato, serve vendere bene, costruendo una narrazione più forte attorno al prodotto. Vanoirbeek ha richiamato anche il tema della salute pubblica: obesità, diabete e problemi cardiovascolari causano il 27% dei decessi, pari a 15 milioni di morti l’anno. In questo scenario la frutta può giocare un ruolo decisivo, ma il 40% dei cittadini europei non ha consapevolezza del valore dell’alimentazione. Cambiare le abitudini è possibile, ma richiede investimenti e una comunicazione più incisiva.

La pera è salute, via con il fibermaxxing

Dall’Olanda, Wilco van den Berg (Fresh Produce Centre) ha portato un punto di vista diverso, centrato sulla nutraceutica e sulle nuove tendenze alimentari. Ha ricordato come 30 grammi di fibre al giorno rappresentino il fabbisogno ideale e come una pera possa coprirne fino al 20%. Da qui l’idea di agganciarsi al trend del fibermaxxing, la tendenza che invita ad aumentare in modo significativo l’apporto di fibre per migliorare benessere intestinale, sazietà e salute generale. Un approccio già sperimentato con successo nel comparto dei mirtilli e che, secondo van den Berg, può diventare una leva strategica anche per la pera, trasformandola in un frutto contemporaneo, perfettamente allineato alle nuove sensibilità nutrizionali.

Il francese Vincent Guerin (ANPP) ha raccontato un percorso fatto di spot televisivi, attività nei punti vendita, comunicazione al pubblico e una figura dedicata a tempo pieno ai social. Un grande sforzo, ha ammesso, che però non ha portato ai risultati sperati. “Non ha funzionato”, ha detto con franchezza. Per questo l’attenzione si sta spostando sul reparto: più spazio, più qualità visiva, più informazioni. Un’indagine condotta con i produttori ha permesso di confrontare le performance delle varietà nei supermercati, mostrando ai retailer dove e come migliorare. La Francia lavora anche su un calendario varietale più equilibrato, per evitare eccedenze e vuoti. E un segnale incoraggiante c’è: mentre i consumi delle famiglie sono in calo, nel biennio 2025-2026 si registra un aumento tra i 25 e i 49 anni, anche grazie a nuove varietà come Fred. “È possibile invertire la tendenza”, ha concluso Guerin.

Manuel Simon di Afrucat per la Spagna ha insistito sull’importanza dell’origine come leva di comunicazione, ma ha ricordato che servono risorse e volumi adeguati. Il lavoro più efficace, ha spiegato, si fa nel punto vendita, informando il consumatore su come gustare la pera al momento giusto. Una Conference verde, ad esempio, se consumata subito può risultare poco gradevole: i giovani devono sapere che va lasciata maturare fuori dal frigorifero. La degustazione guidata è diventata uno strumento centrale. Simon ha citato anche iniziative creative, come campagne di prevenzione dedicate alle donne, e il ruolo della pera nelle scuole. Ma ha richiamato un punto cruciale: senza sostenibilità economica per gli agricoltori, nessuna strategia può funzionare. La pera, ha detto, deve sapersi distinguere in un mercato dove la concorrenza di frutti esotici come il mango è sempre più forte. “Non è tonda, ha una forma unica e sexy”, ha sintetizzato con una battuta.

Dal Portogallo, Vítor Fonseca (ANP) ha portato l’esperienza della Rocha, diventata un marchio nazionale di successo grazie a un forte investimento in comunicazione. Il Paese ha puntato su una strategia integrata che coinvolge scuole, dove la pera viene offerta come dessert, e il canale Horeca, con drink, insalate e preparazioni che valorizzano il prodotto. Un modello che mostra come la costruzione di un’identità chiara possa generare valore e riconoscibilità.

Quello che può fare la politica, le azioni dell'Emilia Romagna

L’assessore regionale Alessio Mammi ha ricordato l’impegno dell’Emilia-Romagna con 40 milioni destinati ai frutteti resistenti, sottolineando il ruolo decisivo delle Tea nel futuro (ora siamo all'inizio del percorso di regolamentazione) e la necessità di migliorare anche la qualità in conservazione. Ha ribadito poi l’importanza di proseguire il progetto Frutta e verdura nelle scuole, definendolo un presidio educativo da salvaguardare nelle future norme europee. La Regione ha inoltre investito 3 milioni per promuovere la pera nella cucina e nei social, con l’obiettivo di rafforzarne il consumo. Guardando alla politica agricola, Mammi ha chiesto di tutelare la Ocm ortofrutta nella prossima Pac, considerandola uno strumento essenziale per la competitività delle organizzazioni dei produttori. 


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