Lo Stretto di Hormuz torna al centro delle preoccupazioni dell’economia mondiale. La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran riporta l’attenzione su uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, una rotta fondamentale per il settore energetico in primis, ma per l’intero sistema del commercio globale.
Come riporta Reuters, il traffico delle petroliere attraverso Hormuz, dopo uno stentato ritorno alla normalità, sta rallentando fortemente dopo gli ultimi episodi militari e gli attacchi che hanno coinvolto alcune navi commerciali nell’area.
Gli armatori stanno valutando con estrema prudenza ogni attraversamento dello Stretto, mentre alcune compagnie hanno scelto di sospendere temporaneamente i transiti in attesa di un quadro più stabile. Il timore è che un deterioramento della situazione possa trasformare una crisi regionale in un problema internazionale per la logistica e gli approvvigionamenti.
La tensione è aumentata dopo gli attacchi contro imbarcazioni commerciali e la successiva risposta militare americana. Come spiega Reuters, Washington ha intensificato le operazioni contro obiettivi iraniani sostenendo che l’obiettivo sia garantire la sicurezza della navigazione e impedire nuovi attacchi al traffico marittimo. Teheran, invece, ha annunciato possibili nuove reazioni, alimentando il rischio di un’escalation difficile da controllare.
Un passaggio stretto con un peso enorme
Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico al Golfo di Oman ed è considerato uno dei principali punti strategici del commercio mondiale. Nel tratto più stretto misura poco più di una trentina di chilometri, ma da qui passa una quota decisiva delle esportazioni energetiche internazionali.
Come spiegano gli analisti dell’Agenzia internazionale dell’energia, attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare, con milioni di barili che ogni giorno lasciano i Paesi produttori del Golfo diretti soprattutto verso i mercati asiatici.
Dalla stessa rotta passa anche una parte rilevante del gas naturale liquefatto mondiale, in particolare quello prodotto dal Qatar e destinato ai grandi consumatori internazionali. A dipendere dallo stretto sono soprattutto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Iraq e Iran, mentre i principali destinatari delle esportazioni sono Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Ma gli effetti di una crisi non resterebbero confinati all’Asia: qualsiasi rallentamento dei flussi energetici avrebbe conseguenze sui prezzi globali, sull’industria e sui costi di trasporto.
La normalità era vicina
Va detto che tra il 22 e il 28 giugno sono transitati nello stretto 98 tanker, una media di circa 14 navi al giorno, il livello più alto registrato dall’inizio della crisi. Nella settimana terminata il 28 giugno, secondo i dati citati dall’agenzia britannica e riferiti a fonti di monitoraggio marittimo, i transiti complessivi di tutte le tipologie di navi hanno raggiunto 242 unità, ancora molto lontani dagli oltre 700 passaggi settimanali che rappresentavano una situazione più vicina alla normalità.
Hormuz in cinque numeri
Volendo raccontarlo in numeri, lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei nodi più delicati della geografia economica mondiale.
E' infatti lo Stretto da qui passa circa il 20% del petrolio trasportato via mare a livello globale e una quota altrettanto strategica del commercio di gas naturale liquefatto.
Ogni giorno milioni di barili lasciano il Golfo Persico attraverso questo corridoio obbligato, utilizzato dai principali Paesi produttori di energia della regione. La maggior parte delle esportazioni è destinata ai mercati asiatici, ma le conseguenze di una crisi si propagano rapidamente anche verso Europa e resto del mondo attraverso il prezzo dell’energia, i costi assicurativi e le tariffe di trasporto.
La particolarità di Hormuz è proprio questa: non è soltanto una rotta petrolifera, ma un punto di passaggio dal quale dipendono gli equilibri della logistica internazionale.
L’effetto immediato sullo shipping
Uno dei primi settori a risentire delle tensioni è quello marittimo. Come riporto dalla stampa internazionale, le compagnie di navigazione stanno rivedendo le proprie strategie operative e gli assicuratori stanno aumentando l’attenzione sul rischio guerra nell’area. Per gli armatori attraversare una zona considerata ad alto rischio significa affrontare premi assicurativi più elevati, possibili ritardi e maggiori costi operativi.
La crisi di Hormuz dimostra ancora una volta quanto la sicurezza delle rotte commerciali sia fondamentale per il funzionamento delle filiere globali. Anche quando non si verifica un blocco formale dello stretto, la semplice possibilità di attacchi o restrizioni può essere sufficiente a modificare i comportamenti degli operatori e a generare tensioni sui mercati.