Frutta a guscio ed essiccata

19 maggio 2026

Frutta a guscio e made in Italy: verso quale direzione?

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Potenzialità e prospettive, ma anche diversi punti su cui riflettere sono emersi dall’incontro di ieri promosso dall’Accademia dei Georgofili e dedicato agli aspetti economici, di mercato, nutrizionali e di certificazione della frutta a guscio

L’analisi delle dinamiche italiane e mondiali ha permesso di evidenziare criticità, punti di forza e opportunità tra consumi che crescono, clima che cambia e nuovi attori che si affacciano sul mercato. Il made in Italy ne esce forte delle sue peculiarità in termini di qualità, legame con il territorio e sostenibilità ambientale. Ma questo non basta a crescere: oltre a valore e comunicazione, servono anche stabilità, capacità produttiva e innovazione.

L’incontro, terzo e ultimo di un approfondimento dedicato alla frutta in guscio, ha visto la partecipazione di diversi relatori che hanno evidenziato vari aspetti del contesto, dalla necessità di un’accurata e strutturata valutazione economica alle caratteristiche salutari della frutta a guscio, aspetto questo che spinge anche i consumi, sia del prodotto tal quale che dei trasformati.

Il ruolo del prodotto italiano sul mercato

Tra il 2022 e il 2025 si è registrato in Italia un aumento del 6% delle superfici dedicate, ma, a fronte di questo, il tasso medio di incremento della produzione, nel 2025, è stato pari allo 0,4%. Sul dato influisce certamente il lungo arco temporale di cui la pianta ha bisogno per entrare in produzione, ma clima e nuove fitopatie hanno giocato un ruolo determinante. “Ne consegue che l'espansione dei consumi, registrata in questi anni, è stata sostenuta dall'aumento delle importazioni, rilevanti per l'equilibrio tra domanda e offerta per tutte le specie”, ha sottolineato l’analista di mercato Ismea, Mario Schiano Lo Moriello

Tra le specie che in Italia registrano performance maggiori in termini di consumo, in primis ci sono nocciole e mandorle con numeri che si aggirano tra le 200mila e le 250mila tonnellate consumate ogni anno. Ben il 90% di questo consumo passa attraverso le industrie: creme spalmabili, bevande vegetali, snack, prodotti da forno, industria dolciaria. “Le importazioni si rivelano necessarie non solo per il consumo interno, ma anche come ingrediente per prodotti agroalimentari che poi vengono esportati”, ha sottolineato l’analista Ismea. 

Castagne, noci, pistacchi si distinguono invece per un maggiore equilibrio tra consumo diretto e trasformato. Nel caso delle noci si stima un 90% di utilizzo delle noci tal quali e solo un 10% di utilizzo per l'industria agroalimentare. 

Complessivamente, nel 2025 solo il 39% di quanto consumato è stato prodotto in Italia. La situazione varia tra le diverse specie. Spicca in questo contesto, la produzione di castagne e marroni che ha avuto un grado di approvvigionamento che ha superato il 100%. Inoltre, i quantitativi esportati hanno superato quelli importati. Questo perché, negli ultimi anni, grazie a una serie d’interventi mirati al contenimento del cinipide, si è vista una ripresa della produzione. 

L'opposto invece è accaduto per i pistacchi: in Italia la produzione annua si attesta intorno ai 4 milioni di kg a fronte di un consumo di circa 50 milioni di kg. “Il comparto dipende per il 92% dalle importazioni”, ha spiegato Lo Moriello. Una situazione intermedia si verifica per nocciole e mandorle dove la dipendenza dalle importazioni si attesta al di sotto del 50%. Per le noci, il grado di approvvigionamento è all'incirca del 19-20%. 

“Rispetto alla domanda, c'è spazio per la produzione di frutta a guscio italiana: uno spazio importante perché sono prodotti tipici del nostro Paese, ma sono anche sostenibili in considerazione del dispendio energetico legato ai trasporti”, ha evidenziato Renato Ferretti, vicepresidente Conaf, accademico dei Georgofili e moderatore. 

Della stessa opinione anche Giampaolo Rubinaccio, accademico dei Georgofili e coordinatore della sezione economica del tavolo corilicolo nazionale, che è intervenuto per parlare delle dinamiche economiche nazionali e internazionali: “Abbiamo produzioni a guscio che viaggiano e che producono Co2. Aiutare il consumatore a capire perché scegliere un prodotto con un'origine in prossimità del punto di acquisto, oltre a dare un contributo all'economia del territorio, favorisce anche l'ambiente”, ha precisato.

Il mercato mondiale

Nel contesto globale, la mandorla rappresenta circa il 27% dell'utilizzo di frutta a guscio, attestandosi come referenza leader nei consumi mondiali, sia tal quale che trasformata. Il pistacchio è intorno al 20%. L'anacardio (al 19%) ha un buon consumo nei mix. La noce, un altro 19%, è  invece una referenza cardine nei flussi extra Ue con Stati Uniti, Cile e Cina che hanno quantitativi di immissione sul mercato importanti. 

La nocciola rappresenta all'incirca il 10% dei flussi mondiali di movimentazione. “La Turchia è il principale produttore al mondo con circa 518.000 tonnellate in guscio, ma negli ultimi cinque anni si è andati verso una valorizzazione della produzione dell'area caucasica: Azerbaigian, Georgia e anche l'Ucraina. Questa, nonostante il periodo difficile, ha quantitativi in produzione che stanno trovando valorizzazione. Colpisce l'exploit della Cina, che sta iniziando a valutare l'approccio al mercato europeo per l'alto valore aggiunto delle quotazioni”, ha aggiunto Rubinaccio. L'Italia, che per anni, è stato il secondo produttore di nocciole al mondo, oggi è quinto. Nell'ultima campagna, sono state prodotte in Italia 65mila tonnellate di nocciole in guscio. Il comparto rimane comunque strategico per il nostro Paese. 

Per quanto riguarda le importazioni in Europa di nocciole turche, la classifica vede l'Italia preceduta da Germania e Francia. 


Le leve competitive italiane

Uno dei rischi principali del mondo della nocciola è la volatilità dei prezzi dovuta ad annate più o meno abbondanti e all'impatto delle produzioni extra-europee. La qualità resta il maggiore punto di forza per le produzioni italiane, ma anche “un'industria dolciaria che si avvicini a un prodotto europeo o italiano”, ha ribadito Rubinaccio che ha ricordato anche il regolamento comunitario 2023/2429 che rende obbligatoria l'indicazione dell'origine della frutta a guscio e che rappresenta “un'arma in più per il mondo produttivo e una possibilità di scelta per il consumatore”. 

La varie referenze seguono logiche diverse ma ricerca e valorizzazione dell'origine sono per Rubinaccio le strategie per approcciare il mercato con più tranquillità: “Possiamo rispondere alla concorrenza rafforzando il potere negoziale e aumentando il valore commerciale attraverso l'etica d'impresa, la tutela del consumatore e dell'ambiente”.

Sul comparto corilicolo è intervenuto anche Francesco Adduci, di Conaf e Ferrero Hco. "L'Italia mantiene un ruolo rilevante nel comparto corialicolo, ma deve recuperare la competitività che ha perso nelle ultime campagne. La tradizione e la qualità restano i punti di forza, ma in Italia ci sono alcune criticità strutturali”.

Tra questi, la senescenza degli impianti, che rende le piante più sensibili agli effetti negativi del cambiamento climatico e a fitopatie, così come il deficit idrico, visto che la maggior parte dei corileti nelle aree tradizionali non sono né irrigui e né irrigabili. “Stiamo osservando una riduzione dei calibri e disomogeneità delle pezzature, elevata incidenza di vuoti, aumento della difettosità interna. Quindi una minore disponibilità di nocciole premium”. 

A questo si aggiunge anche la frammentazione delle aziende agricole italiane: la loro dimensione e i costi crescenti riducono la marginalità per gli imprenditori e rendono difficile accedere a investimenti in termini di meccanizzazione, irrigazione, rinnovo, difesa integrata.

“La qualità sarà la vera partita competitiva del futuro. Calibri, resa allo sgusciato, difettosità interna peseranno allo stesso modo della quantità. Non basta solo produrre nocciole, ma bisognerà produrre nocciole di qualità”, ha detto.  Da qui anche l’attenzione sull’innovazione e sul ruolo che le Organizzazioni di produttori possono rivestire nella gestione delle criticità in termini di recupero degli impianti e di difesa.

La biodiversità come opportunità

Il rinnovo degli impianti è per Adduci un tema centrale. Il reimpianto però deve guardare all'utilizzo di varietà nazionali: "L'Italia è un grosso serbatoio di biodiversità. Abbiamo tantissimi ecotipi di nocciole.  Alcuni si potrebbero adattare bene a queste nuove condizioni climatiche. Bisogna riconoscerli e utilizzarli soprattutto in quegli areali dove la vocazione alla produzione sta venendo meno per ragioni di natura prettamente climatica".

Adduci ha ricordato anche la resilienza delle produzioni italiane: "Negli areali coriolicoli storici le nocciole c'erano già 50 o 60 anni fa. Nelle altre aree geografiche no. Questo deve essere un incoraggiamento per i produttori. L'Italia c'era, c'è e ci sarà, soprattutto per la sua capacità di resilienza”, ha concluso.

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