Dopo la decisione della Corte Suprema di cancellare i precedenti dazi, il presidente americano Donald Trump ha imposto una nuova tariffa del 10% su quasi tutte le importazioni da tutto il mondo. La misura è entrata in vigore ieri 24 febbraio e resterà valida per 150 giorni. Tra le aree coinvolte figura anche l’Unione europea.
Secondo gli analisti, il provvedimento aprirà nuove battaglie legali e un secondo ciclo di cause, che si aggiungeranno al migliaio già avviato per ottenere il rimborso delle prime tariffe.
Le obiezioni
Le obiezioni sulla nuova ondata riguardano il ricorso alla Sezione 122 del Trade Act del 1974, che consente al presidente di imporre dazi in risposta a "grandi e gravi deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti".
Sarà difficile sostenere la tesi dell’emergenza nazionale, anche perché lo stesso presidente ha più volte definito i conti dell’America i “migliori della storia”. Inoltre, tra 150 giorni il Congresso, a maggioranza conservatrice, dovrà votare la conferma dei dazi oppure respingerli, determinandone la decadenza automatica.
L'incertezza impera: tariffe al 10 o al 15%?
La Casa Bianca sostiene che la misura sia una risposta al deficit commerciale accumulato dagli Stati Uniti. Tuttavia, esperti legali ritengono che l’interpretazione possa essere contestata. E dunque la seconda ondata di dazi è già segnata dall’incertezza: inizialmente annunciata al 10%, è stata poi evocata un’aliquota al 15%, che secondo la Casa Bianca sarà oggetto di valutazione nelle prossime settimane.
Negli ultimi mesi le tariffe sono state annunciate, revocate, alzate o abbassate in funzione dei rapporti con i Paesi coinvolti.
Le richieste di rimborso
Dopo la decisione della Corte Suprema, diverse multinazionali si sono attivate per ottenere i rimborsi delle somme versate in precedenza. Tra queste figurano L'Oréal, Dyson, Costco e Goodyear.
Anche FedEx, gruppo statunitense della logistica e delle spedizioni, ha depositato una richiesta di rimborso alla Court of International Trade, il tribunale federale americano specializzato in commercio internazionale e diritto doganale. L’azienda non ha indicato l’importo richiesto.
È probabile che altre multinazionali seguano lo stesso percorso. Più complessa, invece, la posizione dei piccoli importatori, meno inclini ad affrontare cause legali dai costi elevati.
Effetti anche sugli scambi con l’Ue
La nuova tariffa del 10% si applica alle importazioni da quasi tutti i Paesi del mondo, compresa l’Unione europea. La misura riguarda quindi anche i flussi commerciali tra Stati Uniti e Ue, inclusi i prodotti del comparto agroalimentare esportati verso il mercato americano.
Nei prossimi mesi l’attenzione sarà concentrata sia sull’evoluzione dei ricorsi sia sul voto del Congresso, che dovrà decidere sulla conferma o meno delle nuove misure tariffarie.
Ortofrutta: il nodo delle esclusioni
Per quanto riguarda l’ortofrutta, la questione è tecnica e legata alla classificazione doganale.
Le nuove tariffe aggiuntive previste dalla Section 122 non si applicano in modo indistinto a tutti i prodotti agricoli: esiste infatti un elenco di esclusioni (Annex II) che individua specifiche voci tariffarie del sistema doganale statunitense (HTSUS).
In queste liste risultano incluse alcune categorie di frutta e ortaggi — tra cui diverse tipologie di frutta fresca e tropicale — che, se correttamente classificate con il codice previsto, non sono soggette al dazio del 10%. L’esenzione quindi non dipende dalla descrizione commerciale generica del prodotto (ad esempio frutta fresca), ma dalla precisa voce doganale utilizzata al momento dell’importazione negli Stati Uniti. Il che significa che l’impatto effettivo sulla filiera ortofrutticola dipende dalla classificazione tecnica di ciascun prodotto esportato.