Neverending story per i dazi americani. La US Customs and Border Protection, cioè l’agenzia federale degli Stati Uniti responsabile del controllo delle frontiere, delle dogane e della sicurezza commerciale. sospenderà a partire dalla mezzanotte del 24 febbraio 2026 - dunque tra poche ore - la riscossione dei dazi introdotti ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa).
La decisone arriva dopo la sentenza della Corte Suprema che ne ha bloccato l’applicazione. Va precisato che la misura riguarda esclusivamente le tariffe varate con l’Emergency Economic Authorities Act e non incide sugli altri regimi in vigore.
Sebbene l’agenzia doganale abbia chiarito che fornirà ulteriori indicazioni operative alla comunità commerciale, al momento la questione appare un po' caotica. Anche perché, parallelamente, l’amministrazione guidata da Donald Trump ha annunciato un riordino delle aliquote con un tetto generalizzato al 15%, misura valida per 150 giorni e subordinata a un’eventuale autorizzazione del Congresso.
Una soluzione ponte che non smantella l’architettura protezionistica costruita negli anni, ma la ricalibra in attesa di sviluppi politici e istituzionali.
No ai giochetti
Il presidente Trump, via social, ha fatto sapere che i Paesi che vogliono fare giochetti con la decisione della Corte Suprema - definita ridicola - si troveranno ad affrontare dazi molto più alti di quelli concordati di recente. "Attenzione", sottolinea.
Un passo indietro
La politica dei dazi avviata dall’amministrazione di Donald Trump affonda le radici in una strategia più ampia di riequilibrio commerciale. Fin dall’inizio del suo mandato, il presidente degli Stati Uniti ha individuato nel deficit commerciale americano e nelle pratiche ritenute sleali di alcuni partner — in primo luogo la Cina — un nodo strutturale da correggere attraverso lo strumento tariffario.
Negli anni, Washington ha attivato diverse leve legislative. I dazi su acciaio e alluminio sono stati giustificati con motivazioni di sicurezza nazionale attraverso la Section 232 del Trade Expansion Act del 1962. Successivamente, con la Section 301 del Trade Act del 1974, l’amministrazione ha colpito in modo più diretto le importazioni cinesi, richiamando presunte violazioni in materia di proprietà intellettuale e trasferimenti tecnologici forzati.
Parallelamente, l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) ha consentito di introdurre tariffe aggiuntive tramite ordini esecutivi legati a situazioni definite di emergenza nazionale. Ed è proprio su questo impianto che è intervenuta la Corte Suprema, bloccando i dazi adottati con tale base giuridica.
I perché della decisione della Corte Suprema
La sentenza del 20 febbraio rappresenta un passaggio giuridico di rilievo nei rapporti tra Casa Bianca e Congresso. Con sei giudici su nove schierati contro l’impianto tariffario, la Corte Suprema ha stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 non può essere utilizzato per introdurre dazi generalizzati e senza limiti temporali.
Il potere di imporre tariffe, ricordano i giudici, rientra nella sfera costituzionale del Congresso in quanto espressione della potestà tributaria e della regolazione del commercio estero. Nel ragionamento della Corte emergono due principi chiave della giurisprudenza americana: la major questions doctrine, secondo cui decisioni di enorme impatto economico richiedono un’autorizzazione esplicita del legislatore, e la dottrina della non-delegation, che limita le deleghe generiche all’esecutivo su materie di grande rilievo.
Punti di vista
Secondo un’analisi del Global Trade Alert, riportata dal Financial Times, il blocco dei dazi Ieepa ridisegna in modo selettivo la mappa dei vantaggi e degli svantaggi: a beneficiarne maggiormente sarebbero Paesi come Brasile e Cina, mentre alleati storici degli Stati Uniti — tra cui Unione europea, Regno Unito e Giappone — restano esposti ai regimi tariffari su acciaio, alluminio e automotive che non sono stati toccati dalla sentenza.
Il risultato è un quadro ancora complesso. Alcuni dazi vengono sospesi, altri restano pienamente operativi e nuove indagini commerciali sono già state annunciate. Più che una chiusura della stagione protezionistica, si tratta dunque dell’ennesimo capitolo di una strategia commerciale che continua a evolversi tra decisioni giudiziarie, scelte politiche e pressioni geopolitiche.
Sul piano economico, le conseguenze potrebbero essere significative. Il Congressional Budget Office aveva stimato un impatto complessivo di circa 3mila miliardi di dollari nel prossimo decennio, mentre il Tesoro ha già incassato oltre 130 miliardi di dollari dai dazi ora dichiarati illegittimi.
Si apre quindi il fronte dei rimborsi: diverse cause sono già pendenti, promosse soprattutto da importatori e grandi catene della distribuzione, e la decisione della Corte rafforza la loro posizione. Per l’amministrazione si profila non solo una battuta d’arresto politica, ma anche un potenziale costo fiscale, in un contesto in cui la politica commerciale resta uno dei principali strumenti di pressione negoziale.
Agroalimentare, partita aperta
Quanto alle ricadute sul comparto agroalimentare, a dare il polso della situazione sono gli stakeholder del settore.
“La Corte conferma quanto era nell’aria da tempo - commenta Cia - Non possono essere importati dazi generalizzati utilizzando i poteri di emergenza economica senza esplicita autorizzazione del Congresso. Ora la palla passa comunque al Congresso, auspichiamo tempi rapidi che non mettano ulteriormente a repentaglio l’export Ue-Usa. Stando, infatti, ai dati dell’ufficio Studi Cia, su dati Istat, è innegabile il crollo dell’export agroalimentare nel 2025, una novità assoluta per l'Italia, con -5% a fine anno e con il mese di dicembre che ha registrato il dato peggiore -27 per cento".
Il che significa che lo scorso anno, sulle tavole dei consumatori a stelle e strisce, sono finiti 353 milioni di euro in meno di prodotti made in Italy, un crollo realizzato internamente nel periodo da giugno a dicembre quando l’export agroalimentare nazionale ha perso 668 milioni di euro.
Sulla stessa lunghezza d'onda Coldiretti e Filiera Italia, che aggiungono: "E' fondamentale costruire un confronto e non uno scontro tra Europa e Usa per favorire le nostre economie ed evitare il caos che l’annuncio delle prossime mosse di Trump sta già generando".
Infine Copagri, che ha sintetizzato: “Ricordiamo che in gioco, tra i tantissimi fronti aperti, ci sono anche le esportazioni agroalimentari dell’Italia verso gli Usa, che ammontano a quasi 8 miliardi di euro, pari al 25% di quelle comunitarie e a circa un decimo dell’export agroalimentare complessivo del Belpaese, che a fine 2024 ha sfiorato i 70 miliardi di euro in valore”.