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09 aprile 2026

Crisi logistica tra Hormuz, frane e scioperi

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Non ci sono più certezze, lo scenario continua a cambiare di ora in ora. Se ieri il quadro appariva in evoluzione positiva, oggi la situazione è già cambiata. Quello che valeva poche ore fa non è più valido adesso: lo Stretto di Hormuz continua a muoversi troppo velocemente perché si possano tracciare linee stabili. 

La tregua annunciata, i segnali di apertura, perfino i primi timidi passaggi di navi: tutto è stato rimesso in discussione nel giro di una giornata.

Una riapertura solo apparente

La fotografia aggiornata è quella dello Stretto di nuovo chiuso. Ieri, come riferito da myfruit. due navi erano riuscite a transitare: un segnale di speranza. Ma oggi tocca tornare a parlare di stop. 

E soprattutto torna il messaggio che gela il traffico marittimo: chi passa senza autorizzazione rischia di essere colpito. Più che una chiusura formale, è un controllo totale dei flussi. Si è parlato ancora di pedaggi: forse un dollaro a barile, forse pagamenti in bitcoin. Quello che è certo è che la normalità è ancora lontana.

L’ingorgo globale che non si scioglie

Nel Golfo restano bloccate centinaia di navi. Petroliere, portacontainer, metaniere: un ingorgo che non si scioglierà rapidamente anche nel caso di un allentamento delle tensioni. 

Perché il problema non è solo geopolitico, ma operativo. Le catene logistiche funzionano su certezze, tempi, assicurazioni. E oggi nessuno di questi elementi è garantito. Gli armatori parlano di incertezza strutturale, le assicurazioni classificano l’area come ad alto rischio, e i grandi operatori della logistica frenano ogni decisione.

Per riassumere il quadro, le parole di Coldiretti: “L’aumento dei costi energetici, la difficoltà nel reperire concimi e fitofarmaci e le tensioni sulle rotte commerciali stanno già mettendo in crisi le nostre aziende agricole – ha sottolineato – L’Europa deve scegliere se investire sulla guerra o sulla sicurezza alimentare”.

Nel frattempo, in Italia...

Mentre il mondo guarda a Hormuz, l’Italia deve fare i conti con altri aspetti. Nei giorni scorsi, a Petacciato (Campobasso), una frana ha spezzato in due la dorsale adriatica, colpendo contemporaneamente autostrada, statale e ferrovia

Un evento che è andato oltre l’emergenza locale e che è diventato immediatamente un problema sistemico: l'evento ha infatti messo in discussione una delle colonne portanti della logistica nazionale.

Sul fronte ferroviario si intravede una ripartenza graduale, con la riattivazione parziale della linea e velocità ridotte. Ma sul fronte stradale la situazione resta critica. L’interruzione dell’A14 obbliga a deviazioni fino a 250 chilometri per viaggio, con un aumento dei costi operativi che arriva al 70 per cento. 

Ma non è solo una questione di chilometri in più. I tempi di guida saltano, le consegne non si chiudono in giornata, aumentano i costi indiretti come pernottamenti e doppi autisti. E tutto questo senza adeguamenti automatici delle tariffe. Il risultato è che molte imprese si trovano a lavorare in perdita.

Il colpo è ancora più duro per chi operava in intermodalità. Con ferrovia e strada bloccate insieme, viene meno qualsiasi alternativa reale. E il sistema portuale adriatico non ha la capacità per assorbire i volumi deviati. È una paralisi che si propaga lungo tutta la filiera.

Caro carburanti e rischio fermo

In questo contesto si inserisce una tensione già alta per il caro carburanti. Il gasolio sopra i due euro il litro ha superato la soglia di sostenibilità economica per molte imprese. Le richieste del settore restano in gran parte senza risposta e il rischio di un fermo nazionale dell’autotrasporto torna concreto. La convocazione del comitato esecutivo di Unatras il 17 aprile potrebbe segnare un punto di svolta.

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