“Il clima del sud non si sta tropicalizzando. Ha fatto più effetto Ryanair che il riscaldamento globale”. All'ultimo Macfrut, Paolo Inglese, ordinario di Coltivazioni Arboree al Dipartimento Saaf dell’Università di Palermo, ha usato la provocazione per spiegare il perché del boom della frutticoltura tropicale italiana.
"Non è il meteo a spingere avocado e mango in Sicilia - ha chiarito - ma un cambio culturale profondo: i voli low cost che hanno portato guacamole e hummus sulle tavole italiane, innamorando i consumatori di superfood esotici". Vale a dire: la diffusione di mango e avocado nel nostro Paese è stata indotta dalla trasformazione delle abitudini alimentari e dalla maggiore accessibilità alle varietà esotiche, non da condizioni climatiche ideali.
Il mercato però non aspetta. L’Italia ha triplicato gli acquisti di avocado dal 2019 e esportato oltre 5.000 tonnellate di mango e avocado nel 2025 (+39% in valore). La Sicilia, da sola, ha visto gli impianti di mango passare da 500 a 1.200 ettari.
Ma, per Inglese, il vero nodo non è produrre di più, quanto organizzare una filiera che trasformi questa corsa spontanea in un sistema competitivo. “Non possiamo competere sui volumi con i transoceanici. Vinciamo sulla qualità misurabile: il mango siciliano arriva a 18 gradi Brix perché matura sulla pianta, contro i 12 del prodotto importato, raccolto verde e stivato per settimane”, ha detto il professore al convegno “Mango and Avocado Explosion”.
Ancora: la prossimità paga. Un frutto fresco di giornata mantiene aromi originari – non degradati da celle frigo – e riduce l’impronta di carbonio verso i mercati europei.
E il nanismo delle piante siciliane, lontano dall’habitat monsonico, diventa anche vantaggio strategico: potatura, gestione chioma e raccolta semplificate, costi di manodopera abbattuti. Con i baby avocado/mango che rispondono perfettamente ai carrelli moderni: “Tre frutti piccoli e maturi valgono più di un gigante da 600 grammi, difficile da consumare e conservare”, ha osservato Inglese.
Clima nemico, non alleato
Attenzione, però, le temperature elevate della Sicilia non aiutano le piante abituate ad habitat monsonici e l'adattamento agronomico resta un punto critico che necessita di evidenze sperimentali e protocolli collaudati: “Servono coperture e frangivento sistematici”, ha detto il professore dell'Università di Palermo.

Vivaio nazionale o dipendenza eterna
La vera sfida è strutturale. “L’Italia non può accettare di essere la copia di Spagna e Israele, importando piante e tecnologie a caro prezzo”, ha avvertito Inglese. Serve un sistema vivaistico nazionale, con ricerca pubblica e vivai privati che sviluppino varietà resistenti e tecnologie di precisione. Senza, il tropicale resta fenomeno frammentato. “Un sistema frutticolo senza vivaio non ha futuro a lunga scadenza”.
A completare il quadro, il brand territoriale. “La Sicilia è esotica per natura: arance con la neve, avocado sotto l’Etna. È un lever di marketing fortissimo”, ha concluso Paolo Inglese.
Dal flop del babaco degli anni ’90 al 39% in più di export, il messaggio ai Ceo è chiaro: qualità di prodotto, processo e filiera corta. O si organizza ora, o si resta importatori passivi.