Frutta a guscio ed essiccata

27 ottobre 2026

Pistacchio di Raffadali, il Crea analizza il ruolo della Dop

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Negli ultimi anni le produzioni agroalimentari certificate hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nelle strategie di sviluppo delle aree rurali. Le Denominazioni di origine protetta e le Indicazioni geografiche protette non rappresentano più soltanto strumenti di tutela giuridica delle produzioni, ma veri e propri fattori di competitività, capaci di rafforzare il legame tra qualità, territorio e filiera. 

In un contesto caratterizzato da mercati sempre più globaliz­zati e da una crescente domanda di autenticità, origine e tracciabilità, le Indica­zioni geografiche consentono di valorizzare produzioni fortemente identitarie, contribuendo a differenziare l’offerta e a generare valore economico, sociale e culturale nei territori di origine. 

Numerosi studi hanno evidenziato come le produzioni certificate possano pro­durre effetti che vanno ben oltre la remunerazione del singolo prodotto. Le Dop e le Igp favoriscono infatti processi di cooperazione tra gli operatori economici, incentivano investimenti collettivi nella promozione e nella qualità, rafforzano la reputazione dei territori e contribuiscono alla conservazione di pratiche produt­tive tradizionali e del patrimonio paesaggistico locale.

La loro efficacia dipende tuttavia dalla capacità degli attori coinvolti di trasformare la certificazione in un progetto condiviso di sviluppo, superando una visione limitata alla sola funzione di tutela commerciale. Questo aspetto risulta particolarmente evidente nelle produzioni di piccola dimensione. 

A differenza delle grandi filiere agroalimentari, esse difficilmente possono competere attraverso economie di scala o strategie basate sul prezzo. Lo conferma lo studio dal titolo Con la qualità certificata il conto economico torna (The Raffadali Pistachio: A symbol of territorial identity) portato avanti da Silvia Baralla,  ricercatrice in sostenibilità ambientale e analisi delle politiche del Crea; Francesco Licciardo, ricercatore in economia ed estimo rurale al Crea; Dario Macaluso, ricercatore in economia agraria e analisi dei sistemi aziendali del Crea; Marinella Paci, ricercatrice in politiche agricole e sviluppo rurale del Crea; Milena Verrascina, ricercatrice in Politica agricola comune e analisi delle filiere produttive presso il Crea; Livia Ortolani, ricercatrice in sostenibilità e processi di innovazione in agricoltura e aree rurali presso il Crea.

Il vantaggio competitivo deriva soprattutto dalla capaci­tà di comunicare la specificità del prodotto, il rapporto con il territorio e il patrimonio di conoscenze che ne caratterizza la produzione. In questo contesto, le nuove Indicazioni geogra­fiche rappresentano un’interessante occasione per osservare come si costruisca, fin dalle prime fasi, un sistema territoriale fondato sulla qualità certificata. 

La pistacchicoltura italiana costituisce un esempio signifi­cativo di questo modello. Sebbene l’Italia rappresenti una quota marginale della produzione mondiale, il comparto è caratterizzato da produzioni a elevato valore aggiunto, forte­mente concentrate in Sicilia e strettamente legate alle condi­zioni pedoclimatiche, alle tecniche colturali e alla storia dei territori di produzione. 

Oggi il sistema nazionale comprende due Dop: il pistacchio verde di Bronte Dop, ormai consoli­dato sui mercati, e il più recente pistacchio di Raffadali Dop, riconosciuto dall’Unione europea nel 2021. 

Proprio la recente istituzione della Dop di Raffadali offre l’op­portunità di analizzare un processo ancora in evoluzione. A differenza delle denominazioni storiche, il caso di Raffadali consente infatti di osservare le dinamiche che accompagna­no la nascita di una nuova Ig: la costruzione del consenso tra i produttori, la definizione dell’identità del prodotto, l’orga­nizzazione del Consorzio di tutela, l’introduzione di stru­menti innovativi di tracciabilità e la progressiva costruzione di una strategia di valorizzazione territoriale.

Partendo da queste considerazioni, il presente contributo analizza il percorso di riconoscimento del pistacchio di Raf­fadali Dop con l’obiettivo di evidenziare come una nuova Indicazione geografica possa trasformarsi in uno strumento di governance territoriale. Attraverso il caso studio vengono messi in luce gli elementi che hanno favorito l’aggregazione tra i produttori, l’innovazione organizzativa della filiera e la valorizzazione di una produzione agroalimentare di nicchia, offrendo alcune riflessioni utili anche per altri territori inte­ressati ad avviare analoghi percorsi di certificazione.

La metodologia 

La ricerca adotta un approccio integrato, combinando l’ana­lisi di dati quantitativi e qualitativi per ricostruire il percorso di riconoscimento e sviluppo del pistacchio di Raffadali Dop. L’obiettivo non è soltanto descrivere l’evoluzione della pro­duzione, ma comprendere come la certificazione abbia con­tribuito alla costruzione di un sistema territoriale fondato sulla qualità, sull’azione collettiva e sull’innovazione. 

L’analisi del contesto produttivo e organizzativo nazionale si basa sui dati ufficiali dell’Istat, integrati con le informazioni economiche e strutturali della Rete di informazione contabi­le agricola (Rica), utilizzate per delineare le caratteristiche delle aziende specializzate nella coltivazione del pistacchio. 

L’approfondimento sul caso studio è stato sviluppato attra­verso l’analisi della documentazione tecnico-amministrativa relativa al riconoscimento della Dop, del disciplinare di pro­duzione e dei principali documenti predisposti dal Consor­zio di tutela e tramite la raccolta di informazioni qualitative mediante interlocuzioni dirette con il Consorzio, finalizzate ad approfondire gli aspetti legati alla governance della deno­minazione, all’evoluzione della base produttiva, ai sistemi di tracciabilità e alle strategie di valorizzazione del prodotto. 

L’interpretazione dei risultati è stata condotta secondo l’ap­proccio del caso studio, che consente di analizzare in ma niera approfondita processi organizzativi e istituzionali dif­ficilmente osservabili attraverso le sole analisi statistiche. In questa prospettiva, il pistacchio di Raffadali Dop viene con­siderato come un’esperienza utile per comprendere il ruolo che una nuova Ig può assumere nel promuovere l’aggrega­zione tra produttori, favorire l’innovazione lungo la filiera e rafforzare il legame tra prodotto e territorio. 

I risultati

L’analisi evidenzia come il percorso di riconoscimento del pistacchio di Raffadali Dop abbia prodotto effetti che vanno oltre la tutela della denominazione, contribuendo alla co­struzione di un modello di sviluppo territoriale fondato sulla collaborazione tra produttori, sull’innovazione organizzati­va e sulla valorizzazione dell’identità locale. Il primo risultato riguarda il rafforzamento del legame tra prodotto e territorio. 

La pistacchicoltura italiana rappresenta una produzione di nicchia fortemente concentrata in Sicilia, che nel 2024 riunisce oltre il 99% delle superfici e della pro­duzione nazionale. Infatti, mentre la superficie aziendale in Italia è in media pari a 15,5 ettari, quella coltivata a pistacchio rimane più contenuta (1-5 ettari). 

L’incidenza del pistacchio sulla superficie complessiva conferma una forte eterogenei­tà: si passa infatti da aziende che dedicano a tale coltura una quota molto ridotta, ad aziende con livelli di specializzazione elevati. 

Dal punto di vista economico, la produzione lorda to­tale (Plt) media è pari a 5.434 euro/ha ed è costituita quasi inte­ramente dal prodotto destinato alla vendita. I costi variabili incidono per il 14% della Plt e sono composti soprattutto da spese specifiche. Ne deriva un margine lordo medio di 4.671euro/ha (86% della Plt), a conferma del valore economico della coltura anche in aziende di dimensione contenuta.

Tale concentrazione si è ulterior­mente consolidata nell’ultimo quindicennio, grazie ad un progressivo incremento delle superfici coltivate nell’isola. Questa evoluzione conferma come la competitività del com­parto italiano non possa essere ricercata attraverso l’aumen­to dei volumi produttivi, bensì attraverso la valorizzazione dell’origine, della qualità e della riconoscibilità territoriale. 

Il secondo risultato riguarda il processo di costruzione della Denominazione di origine protetta. Il riconoscimento della Dop non è stato il semplice esito di un procedimento am­ministrativo, ma il risultato di un percorso condiviso che ha coinvolto produttori, tecnici, istituzioni e comunità locale. La ricostruzione storica del prodotto, la definizione del discipli­nare di produzione e la successiva costituzione del Consorzio hanno favorito la nascita di un sistema organizzato capace di coordinare interessi individuali verso un progetto comune di valorizzazione. 

La ricerca evidenzia inoltre come il Consor­zio abbia progressivamente ampliato le proprie funzioni. Accanto alle tradizionali attività di tutela della denomina­zione, esso svolge oggi un ruolo di coordinamento tecnico e organizzativo, supportando l’ingresso di nuove aziende nel sistema di certificazione e accompagnando lo sviluppo della filiera. 

L’interesse manifestato da nuovi operatori e la crescita della superficie potenzialmente certificabile testi­moniano la capacità della Dop di attrarre nuovi investimen­ti, pur in presenza dei lunghi tempi necessari affinché i nuovi impianti entrino in produzione. 

Un ulteriore elemento di originalità riguarda l’introduzione di strumenti innovativi di tracciabilità. L’adozione del Pas­saporto digitale, sviluppato in collaborazione con l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, rappresenta un’evoluzione rispetto ai tradizionali sistemi di certificazione. Attraverso un Qr code univoco è possibile associare ogni confezione certi­ficata alle informazioni relative al lotto di produzione, all’a­zienda e al territorio di origine.

La tracciabilità assume così una duplice funzione: garantire la trasparenza della filiera e rafforzare la comunicazione verso il consumatore, trasfor­mando un sistema di controllo in uno strumento di marke­ting territoriale.

Il modello evidenzia come la costruzione della Denomi­nazione non rappresenti un punto di arrivo, ma un processo dinamico nel quale azione collettiva, certificazione della qualità, innovazione organizzativa e strumenti digitali concor­rono alla creazione di valore per il territorio. In questa pro­spettiva, il caso del Pistacchio di Raffadali mostra come una nuova Indicazione Geografica possa configurarsi non soltan­to come marchio di qualità, ma come strumento di governan­ce territoriale capace di favorire cooperazione, innovazione e sviluppo locale. 

Le conclusioni 

L’esperienza del pistacchio di Raffadali Dop dimostra come una Denominazione di origine protetta possa rappresentare molto più di uno strumento di tutela dell’origine geografica. Il percorso di riconoscimento evidenzia infatti come la cer­tificazione possa trasformarsi in un processo di costruzione istituzionale, capace di rafforzare la cooperazione tra gli ope­ratori economici, valorizzare il patrimonio identitario di un territorio e favorire l’adozione di modelli innovativi di gestio­ne della filiera. 

Il caso studio mette in luce tre elementi di particolare inte­resse. Il primo riguarda la dimensione collettiva del processo di certificazione. La nascita della Dop è stata il risultato di un percorso condiviso che ha coinvolto produttori, tecnici, isti­tuzioni e comunità locale nella definizione di una strategia comune di valorizzazione. 

In questo senso, la certificazione ha rappresentato un’occasione per rafforzare il capitale so­ciale del territorio e creare nuove forme di collaborazione tra soggetti che in precedenza operavano prevalentemente in maniera indipendente. 

Il secondo elemento riguarda il ruolo assunto dal Consorzio di tutela. L’analisi evidenzia come le sue funzioni vadano ben oltre gli aspetti amministrativi legati alla gestione della Deno­minazione. Il Consorzio svolge infatti un’importante attività di coordinamento tecnico e organizzativo, accompagnando lo sviluppo della base produttiva, promuovendo la qualità e sostenendo gli operatori nel percorso di certificazione. Que­sta evoluzione conferma come i Consorzi possano assumere un ruolo sempre più centrale nella governance delle Indica­zioni geografiche, contribuendo alla competitività delle filie­re e alla diffusione dell’innovazione. 

Il terzo elemento riguarda l’impiego delle tecnologie digi­tali. L’introduzione del Passaporto Digitale rappresenta un esempio concreto di come la tracciabilità possa evolvere da semplice sistema di controllo a strumento di comunicazione e valorizzazione territoriale. La possibilità di associare ogni confezione certificata a informazioni sull’origine, sul produt­tore e sul territorio rafforza la trasparenza della filiera, accre­sce la fiducia del consumatore e contribuisce a differenziare il prodotto sui mercati. Naturalmente, il percorso della Dop di Raffadali è ancora in una fase iniziale.

L’espansione della base produttiva richie­derà tempi lunghi, anche in considerazione delle caratteri­stiche agronomiche della coltura, mentre il consolidamento della presenza sui mercati nazionali dipenderà dalla capaci­tà di comunicare efficacemente il valore della certificazione e di rafforzare le relazioni tra produzione, trasformazione e distribuzione. In questo contesto, la qualità certificata dovrà continuare a rappresentare il principale fattore competitivo della denominazione. 

Più in generale, il caso del pistacchio di Raffadali offre alcune indicazioni di interesse anche per altre produzioni agroali­mentari di piccola dimensione. L’esperienza dimostra che il successo di una nuova Indicazione geografica non dipende esclusivamente dalla qualità intrinseca del prodotto, ma dal­la capacità di costruire un progetto territoriale condiviso, nel quale certificazione, governance della filiera, innovazio­ne e comunicazione operino in maniera integrata. 

È proprio questa integrazione a consentire alle produzioni identitarie di trasformare il proprio patrimonio storico e culturale in un vantaggio competitivo durevole, contribuendo allo sviluppo economico e sociale dei territori rurali. 


Fonte: Fondazione Qualivita

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