La guerra, seppur lontana, arriva nei campi, entra nei bilanci delle aziende agricole e può finire sul banco dell’ortofrutta.
È questa una delle chiavi di lettura che emergono dai dati riportati dal report Guerre e Food Insecurity: Come i conflitti stanno ridisegnando la sicurezza alimentare globale, pubblicato nell’agosto 2026 dal Centro Studi Divulga e relativi al primo semestre 2026. Mentre le tensioni geopolitiche ridisegnano rotte commerciali e mercati energetici, produrre frutta, ortaggi, agrumi e frutta a guscio diventa più costoso.
Il dato più netto riguarda la frutta a guscio, con i costi di produzione in crescita del 9% nel semestre. Ma anche frutta e ortaggi non sono immuni: per entrambe le categorie l'incremento raggiunge il 6,1%, mentre gli agrumi segnano il +7,2%.
Numeri che raccontano un effetto della crisi geopolitica molto concreto: quello che accade sui mercati internazionali finisce per modificare il conto economico delle imprese agricole italiane.
La geopolitica entra nell’agroalimentare
L’analisi parte da un presupposto: i conflitti contemporanei non producono conseguenze soltanto nei territori direttamente coinvolti, ma si propagano attraverso una filiera agroalimentare globale fortemente interconnessa.
Il report ricostruisce quindi la catena che collega le tensioni geopolitiche agli shock energetici e logistici, passando per il costo delle materie prime e dei fertilizzanti, fino ad arrivare ai bilanci delle imprese agricole, ai prezzi degli alimenti e alla capacità dei consumatori di accedere a una dieta sana e diversificata.
Indice Ismea dei mezzi tecnici di produzione per tipologia di prodotto
Una lettura particolarmente significativa per l’ortofrutta, comparto direttamente esposto alla disponibilità e al costo di energia, carburanti, fertilizzanti e trasporti.
Hormuz è lontano, il suo effetto no
Il punto di partenza dello shock è geopolitico. Le tensioni in Medio Oriente e la crisi legata allo Stretto di Hormuz mostrano quanto sia sottile il confine tra una crisi internazionale e il conto pagato dall'economia reale.

Il report evidenzia così una sequenza precisa: conflitto, energia, logistica, input agricoli, costi aziendali, prezzi alimentari. Una catena nella quale ogni anello trasferisce una parte dello shock a quello successivo.
Il conto arriva prima del raccolto
Per le aziende agricole italiane il primo semestre 2026 si è tradotto, secondo il report, in un aumento del 31% del costo del gasolio agricolo rispetto allo stesso periodo del 2025 e in un incremento medio del 19% dei fertilizzanti.
Il risultato è un aumento del 4,4% dei costi complessivi di produzione agricola nei primi sei mesi dell'anno. A trainare la crescita sono soprattutto le coltivazioni, per le quali l'incremento arriva al 6,8 per cento.
Ma il confronto con il passato rende ancora più evidente la dimensione dello shock. Rispetto a giugno 2021, i costi sostenuti per le coltivazioni risultano oggi superiori del 38,1 per cento.
Ortofrutta, il rincaro corre tra i filari
Focalizzando l'attenzione alla sola ortofrutta, nel primo semestre del 2026, secondo l'indice Ismea dei mezzi tecnici riportato nello studio, frutta a guscio, frutta e ortaggi sono tra le produzioni maggiormente interessate dall'aumento dei costi.
La frutta a guscio registra il balzo più significativo, con un +9%. Seguono gli agrumi, con un +7,2%, mentre frutta e ortaggi si attestano entrambi al +6,1 per cento.
Non si tratta soltanto di una questione contabile. Nell'ortofrutta il costo di produzione si inserisce in una filiera caratterizzata da prodotti deperibili, finestre di raccolta ristrette e necessità di movimentazione rapida. Il rincaro degli input può quindi comprimere ulteriormente i margini delle imprese oppure trasferirsi, almeno in parte, lungo la catena fino al consumatore.
E quando il prezzo sale, il rischio è che proprio i prodotti alla base di una dieta equilibrata diventino meno accessibili.
Il paradosso
È forse questo l'aspetto più delicato evidenziato dallo studio. Gli shock che aumentano il costo della produzione alimentare arrivano infatti in un mondo nel quale l'accesso a una dieta sana è già tutt'altro che garantito.

A livello globale, circa 2,6 miliardi di persone, una persona su tre, non dispongono di un reddito sufficiente per permettersi un paniere nutrizionale sano e vario, comprendente anche frutta, verdura e fonti proteiche.
La questione non riguarda quindi soltanto quanto costa produrre. Riguarda chi potrà permettersi di acquistare ciò che viene prodotto.
Anche in Italia il carrello cambia
Il meccanismo è visibile anche in Italia. L'aumento dei costi lungo la filiera si confronta con famiglie che hanno progressivamente ridotto la capacità di spesa alimentare.
La quota di famiglie italiane che dichiara di avere dovuto limitare la spesa per il cibo, in quantità o qualità, è passata dal 27,% del 2019 al 31% del 2024.
E per l'ortofrutta il tema è particolarmente sensibile. Frutta e verdura, come oramai è noto e confermato da numerosi studi internazionali, sono essenziali per una dieta sana, ma proprio la loro accessibilità economica può diventare una delle variabili sacrificate quando il potere d'acquisto si riduce.