Ci sono dei prodotti ortofrutticoli più a rischio per quanto riguarda la contaminazione da residuo chimico? La risposta è sì, e arriva dalla Pesticide Guide elaborata da Environmental working group (Ewg), basata sui dati del Dipartimento dell’agricoltura statunitense (Usda).
L’analisi ha riguardato oltre 54mila campioni relativi a 47 referenze ortofrutticole, trattati e lavati prima dei test per simulare le pratiche domestiche.
Il risultato è una fotografia articolata dei residui nell’ortofrutta: 264 sostanze rilevate complessivamente, con una concentrazione significativa su un gruppo ristretto di prodotti. La metodologia combina quantità, frequenza, numero di molecole e profilo tossicologico, con un peso crescente attribuito a quest’ultimo parametro.
Bocciati: le referenze più esposte
In cima alla classifica si confermano gli spinaci, seguiti da brassicacee a foglia (come cavolo nero e senape) e fragole. Completano il gruppo dei prodotti bocciati uva, nettarine, pesche, ciliegie, mele, more, pere, patate e mirtilli.
Un elemento ricorrente è la presenza simultanea di più principi attivi: nella quasi totalità dei casi (escluse le patate), ogni campione contiene mediamente quattro o più residui. Si tratta di colture accomunate da caratteristiche agronomiche note, come bucce sottili o elevata pressione di parassiti, che richiedono interventi fitosanitari frequenti e spesso l’impiego di molecole sistemiche.
Va ricordato che i dati si riferiscono agli Stati Uniti: il quadro normativo europeo è differente, ma le dinamiche di accumulo per specifiche colture restano rilevanti anche per gli operatori Ue.
Pfas: una nuova variabile da monitorare
La novità più rilevante dell’edizione 2026 è l’inclusione dei Pfas (sostanze per- e polifluoroalchiliche). Secondo il report, oltre il 60% dei campioni della Dirty Dozen presenta tracce di questi composti, alcuni dei quali utilizzati anche nei formulati fitosanitari.
La loro persistenza ambientale introduce una variabile ulteriore rispetto ai pesticidi tradizionali, con implicazioni che riguardano il suolo, le acque e, potenzialmente, la catena alimentare.
Un tema destinato a incidere anche sul dibattito regolatorio europeo.
Promossi: i prodotti a minore criticità
Accanto ai bocciati, la guida individua anche i promossi dell’ortofrutta, cioè le referenze con livelli di residui generalmente bassi o non rilevabili. Rientrano in questo gruppo ananas, mais dolce, avocado e papaya, insieme a ortaggi come cipolle, asparagi, cavoli e cavolfiori, oltre a frutti di largo consumo come banane, kiwi e mango.
Si tratta spesso di prodotti caratterizzati da bucce più protettive o da una naturale resistenza ai parassiti, fattori che riducono la necessità di trattamenti e che contribuiscono a una minore presenza di residui.
Il confronto con l’industria
Le conclusioni dell’Ewg continuano a essere contestate da Alliance for Food and Farming, che sottolinea come oltre il 99% dei campioni Usda rientri nei limiti stabiliti dall’Epa e come una quota rilevante non presenti residui rilevabili.
Il confronto resta centrato sull’interpretazione del rischio: da un lato l’approccio cumulativo, dall’altro la valutazione basata sui limiti di legge. Sullo sfondo, anche il possibile impatto sulle scelte di consumo.
Implicazioni per la filiera
Per gli operatori dell’ortofrutta, la chiave di lettura non è tanto la classifica in sé, quanto le tendenze che emergono. Da un lato cresce l’attenzione verso molecole persistenti come i Pfas; dall’altro si rafforza la necessità di investire in strategie di difesa integrata e in soluzioni alternative.
Allo stesso tempo, aumenta il peso della trasparenza lungo la filiera e della capacità di contestualizzare i dati, distinguendo tra il quadro statunitense e quello europeo per evitare semplificazioni.
Quello che è certo è che non occorre ridurre il consumo di ortofrutta. Piuttosto, orientare le scelte in modo consapevole, diversificando gli acquisti.