In piena raccolta le nocciole dell’Avellinese. “Nel nostro areale la campagna 2026 è iniziata intorno al 20 agosto.
Alcune zone hanno anticipato a prima di Ferragosto, ma nella maggior parte dei casi è partita in linea con la media. C'era stata una cascola iniziale che aveva fatto ipotizzare un anticipo, ma poi la situazione si è normalizzata”, spiega a myfruit.it l’agronomo Antonio Luce dell’Agricola Giaquinto, azienda con sede a Montoro (Avellino) che si occupa sia di produzione e trasformazione rivolgendosi a un mercato che spazia dal piccolo distributore all'e-commerce.
"Rispetto alla scorsa annata, che è stata pessima, la produzione c'è. Questo è un punto importante. Ma se guardiamo al potenziale produttivo dei noccioleti, siamo ancora sotto di un 30-35%”, sottolinea ricordando però che, con le nocciole ancora in campo, è difficile avere un quadro esatto della situazione.
L'andamento climatico non ha agevolato lo sviluppo dei frutti. “Abbiamo avuto un importante periodo di siccità, con temperature molto alte nel mese di agosto. Il caldo estremo ha ridotto l'accrescimento del frutti nell'ultima fase. C’è poi stata un po' di cascola legata in parte a fattori fisiologici e in parte alla presenza della cimice asiatica che, negli ultimi anni, sta creando qualche problema”.
La situazione attuale appare variegata. Nella aree più fresche dell’Avellinese, dove ha piovuto anche un po' di più, le produzioni sembrano essere nella media. "In altre, come la mia, più vicine al mare, un po' più basse, verso il Salernitano, la siccità ha portato le piante in sofferenza. I frutti dunque risultano un po' più piccoli rispetto a quelli che avrebbero potuto diventare con maggiore quantità di acqua e temperature più contenute. Al momento, la presenza di cimiciato appare minore rispetto allo scorso anno. Tocca punte del 30-40%, ma si presenta a macchia di leopardo a seconda della zona e della gestione del noccioleto", aggiunge.
Rientrano i prezzi
Alla luce della produzione, i prezzi di acquisto del prodotto in guscio sono rientrati nella media rispetto al picco eccezionale dello scorso anno quando oscillavano tra i 500 e i 550 euro al quintale. Al momento le quotazioni si aggirano tra i 300 e 350 euro. I prodotti di maggior pregio riescono a strappare anche qualcosa in più.
“Il prezzo è rientrato, ma i costi sono aumentati parecchio, soprattutto quelli legati al gasolio, a fitofarmaci e fertilizzanti - sottolinea Luce - Chi ha noccioleti propri, con una gestione continuativa e un'azienda strutturata, riesce a ottenere un’ottimizzazione dei costi, una stabilizzazione della produzione e dunque una discreta remunerazione. In altre situazioni, la remunerabilità è più difficile".
Alla luce di tutto ciò, come si affronta il mercato? "La Turchia produce più del doppio delle nostre nocciole. Purtroppo, non avendo una grossa fetta di mercato, subiamo i prezzi. L’aumento dello scorso anno è stato influenzato in gran parte dalla mancata produzione turca. E poi ci sono una serie di player che si stanno affacciando sul mercato negli ultimi anni con prodotti di qualità e produzioni abbondanti. Possono contare su terreni fertilissimi e nuove culture. Il Cile inoltre produce molto prima rispetto a noi, quindi riesce a riempire dei vuoti".
La pressione dei nuovi produttori si fa sentire: “Immagino che, nei prossimi anni, ci sarà sempre più prodotto e si andrà verso una stabilizzazione dei prezzi legata al fatto che c’è molto più fretta sul mercato e che molti Paesi stanno investendo. Noi invece potremmo avere sempre più problemi a fare qualità garantendo una costanza produttiva Temo che, in alcune zone dell'Avellinese portare avanti la corilicoltura diventerà problematico".
In modo particolare, a farne le spese potrebbero essere le aziende più piccole, in terreni montani, difficili da meccanizzare. "In altre aree della stessa Campania, dove ci sono grosse superfici e un incremento della meccanizzazione, l’abbattimento dei costi permette di portare avanti la produzione".
La valorizzazione del prodotto, a partire dal mercato interno
Per Luce, la valorizzazione della nocciola italiana richiede prima di tutto un lavoro di ottimizzazione dei costi di gestione. "E’ possibile che, nei prossimi anni ci saranno aziende più strutturate che inglobano le piccole. Dall'altro lato, va fatto un lavoro parallelo di valorizzazione interna della filiera. Noi produciamo tante nocciole, ma ne consumiamo poche".
C’è dunque un mercato interno che, seppur non rappresentando la soluzione a tutti i mali, può essere un prezioso punto di partenza. Da diversi anni nell'areale si sta provando a fare un Igp, ma al momento è tutto fermo.
"Bisognerebbe strutturare una filiera che riconosca la qualità del prodotto e sappia a quali mercati rivolgersi: senza una riconoscibilità, le nostre diventano nocciole come tutte le altre e sarà sempre più difficile rendere economicamente sostenibili le produzioni".