Consumi e consumatori

01 ottobre 2026

Neofobia alimentare, la scuola può spingere l’ortofrutta?

162

Può la scuola avvicinare i più piccoli al mondo dell'ortofrutta, aiutandoli a superare quella naturale reticenza ad assaggiare cibi nuovi? Sembrerebbe di sì. Non perché la mensa scolastica possa, da sola, modificare le abitudini di consumo, ma perché rappresenta uno dei luoghi in cui i bambini incontrano alimenti diversi da quelli abituali e possono familiarizzare con nuovi sapori. 

Un passaggio che, se accompagnato da educazione alimentare, ripetizione dell'assaggio e assenza di forzature, può avere ricadute interessanti anche sul rapporto con frutta e verdura.

È quanto emerge dall'intervista a Laura De Gara, presidente del corso di laurea magistrale in Bioscienze per l'alimentazione la nutrizione e la salute dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, realizzata da Consumatori.it sul tema della neofobia alimentare.

Un fenomeno che riguarda molti bambini

La neofobia alimentare, cioè la diffidenza verso alimenti nuovi o poco conosciuti, è tutt'altro che marginale nell'infanzia. Secondo una ricerca del Crea citata da De Gara, riguarda l'85,4% dei bambini italiani con un livello intermedio o alto.

Il rientro a scuola rende il fenomeno particolarmente interessante. Dopo mesi di pasti consumati prevalentemente in famiglia o durante le vacanze, i bambini tornano infatti a confrontarsi con la mensa, con menu definiti e alimenti scelti al di fuori dell'ambiente domestico.

Per la filiera ortofrutticola è un contesto da osservare: è anche attraverso queste occasioni che un bambino può incontrare un prodotto che non conosce, assaggiarlo e, eventualmente, iniziare a considerarlo familiare.

A mensa entra in gioco il gruppo

Rispetto alla tavola di casa, la mensa introduce un elemento ulteriore: i compagni. La presenza dei coetanei può accentuare il rifiuto di alcuni alimenti, spiega De Gara, ma può anche favorirne l'accettazione. Vedere gli altri bambini consumare con piacere un determinato cibo può infatti incoraggiare anche chi è più diffidente a provarlo.

Non è quindi soltanto il contenuto del piatto a entrare in gioco, ma anche il contesto nel quale viene proposto.

La strategia, sottolinea la docente, non è quella di obbligare il bambino ad assaggiare, ma di accompagnarlo con un incoraggiamento discreto e non coercitivo, ripetuto nel tempo.

La familiarità si costruisce

E questo è uno degli elementi più interessanti anche per l'ortofrutta. La familiarizzazione con un alimento non avviene necessariamente al primo assaggio. Secondo De Gara, la selettività è frequente nell'età infantile e la familiarizzazione graduale con gli alimenti, senza forzature, rappresenta la strategia più efficace per favorire nel tempo una dieta varia ed equilibrata.

Conoscere un prodotto, ritrovarlo più volte e poterlo sperimentare in un contesto sereno sono passaggi che possono facilitarne l'accettazione.

Applicato a frutta e verdura, il principio assume un significato particolare: prodotti poco conosciuti o preparazioni non abituali possono avere bisogno di più occasioni di incontro prima di diventare familiari.

Dalla mensa alla spesa

Il percorso non si ferma al cancello della scuola. Secondo De Gara, i genitori possono conoscere il menu scolastico e utilizzarlo per organizzare gli altri pasti della giornata, creando continuità tra l'esperienza a mensa e quella domestica.

Una strategia consiste nel riproporre a casa gli alimenti assaggiati a scuola, coinvolgendo il bambino nella spesa e nella preparazione. Non si tratta di trasformare ogni assaggio in un successo immediato, ma di aumentare le occasioni di familiarizzazione.

L'educazione alimentare come leva

La scuola può inoltre diventare un luogo strutturato di educazione alimentare. De Gara cita le esperienze realizzate in istituti di Lazio, Piemonte e Sicilia nell'ambito della validazione scientifica di Nutripiatto, progetto che ha coinvolto alunni e genitori.

Lo studio pubblicato su Scientific Reports ha misurato l'effetto di un percorso di educazione alimentare basato su Nutripiatto su circa 800 bambini italiani tra i sei e i dieci anni.

Secondo la docente, queste esperienze mostrano l'importanza di mettere a disposizione delle famiglie strumenti pratici e di creare occasioni di confronto tra genitori e professionisti della nutrizione.

Le cucine del mondo aiutano

La familiarizzazione non riguarda soltanto gli alimenti che i bambini trovano abitualmente sulla tavola italiana. In una società sempre più multiculturale, la scuola può diventare anche un luogo di incontro con prodotti, ingredienti e tradizioni alimentari differenti.

Conoscere i prodotti tipici e le tradizioni dei Paesi di origine degli alunni può aiutare a familiarizzare con sapori diversi e, contemporaneamente, favorire rispetto e inclusione.

Anche la partecipazione diretta può fare la differenza: preparare ricette di altre culture, conoscere ingredienti insoliti o partecipare a degustazioni guidate trasforma il cibo in un'esperienza di scoperta.

Pomodoro, patata e kiwi: viaggio nella storia

Per avvicinare i bambini a cibi nuovi può essere utile anche raccontarne la storia. De Gara ricorda come molti alimenti oggi considerati parte della nostra tradizione abbiano in realtà origini lontane.

Pomodoro e patata arrivano dalle Americhe, mentre il kiwi, acquisizione più recente dell'agricoltura italiana, proviene dalla Cina.

Sono esempi che mostrano come le nostre abitudini alimentari si siano costruite nel tempo anche attraverso gli scambi tra popoli. Alimenti che oggi ci sono familiari, in passato erano nuovi: conoscerne la storia può aiutare i bambini a guardare con maggiore curiosità a ciò che ancora non conoscono.

Potrebbe interessarti anche