Alla vigilia della Giornata internazionale della donna, facciamo un esercizio di immaginazione applicata: in ortofrutta la parità di genere non è più un obiettivo ma la realtà quotidiana. E l’8 marzo solo un promemoria gentile di una rivoluzione già compiuta.
Ecco: in questa dimensione parallela, la filiera dell’ortofrutta – dai campi alla Gdo, dai magazzini ai consigli di amministrazione – diventa case history, citato nei manuali di economia come esempio riuscito di equilibrio tra talento femminile e maschile.
Campi, imprese e fiere
Nelle campagne, le figlie di produttori e imprenditori agricoli non devono più convincere nessuno che "anche loro" possono prendere in mano l’azienda. La successione generazionale avviene in base alle competenze e alla voglia di restare, non alla tradizione di genere. I percorsi formativi tecnici e universitari sono frequentati da ragazze e ragazzi in proporzioni simili, e nelle foto delle visite aziendali di studenti l’equilibrio è la norma, non l’eccezione. I bandi pubblici non devono introdurre correttivi per recuperare lo svantaggio femminile, perché quello svantaggio si è dissolto strada facendo.
Insomma, sul fronte agricolo le imprenditrici dell’ortofrutta non sono più presentate come volto nuovo dei campi, ma come uno dei due pilastri strutturali del settore. Le aziende a conduzione femminile hanno gli stessi accessi al credito, alle filiere certificate, ai progetti di export. Non è più necessario creare "programmi speciali per le donne" per colmare ritardi storici: gli strumenti sono semplicemente disegnati per chiunque abbia un progetto credibile, e le statistiche su investimenti e innovazione mostrano curve sovrapponibili tra generi.
Intanto, nelle cooperative, nei consorzi e nelle Op, le presidenti non sono novità da comunicato stampa: guidano metà dei consigli d’amministrazione, ruotano sulle presidenze, decidono piani strategici pluriennali.
Alcune socie (soci, c'è anche Bruno Sacchi!) dell'Associazione Nazionale Le Donne dell'Ortofrutta
Magazzini e logistica
E via di immaginazione. Nei magazzini e nei centri di confezionamento, le donne non sono relegate alle linee più ripetitive. Ruotano sui ruoli, guidano i team, siedono ai tavoli in cui si decidono turni, investimenti, innovazioni. Gli algoritmi dei premi di produzione sono stati ripensati da tempo: non misurano solo la presenza fisica, ma la qualità del lavoro, i risultati, la capacità di tenere insieme efficienza e sicurezza. Le braccianti stagionali sono assunte con contratti chiari, tutele vere, alloggi dignitosi: la parola caporalato è un reperto da museo, studiato nelle università come un errore da non ripetere.
Reparti Gdo e retribuzioni
Passando ai reparti ortofrutta della distribuzione moderna, le donne firmano metà dei contratti di fornitura, con budget e responsabilità identici a quelli dei colleghi maschi. Le decisioni su assortimenti, promozioni, format e sostenibilità nascono da team misti dove le carriere si sviluppano lineari, senza fratture al primo figlio o al primo trasferimento. Le buyer non sono più eccezioni da intervistare l’8 marzo, ma figure talmente normali da essere ormai invisibili alla retorica delle quote.
Anche nei numeri tutto fila liscio: nel reparto ortofrutta, a parità di ruolo, la retribuzione è identica. Che si tratti di category manager, direttori acquisti, responsabili di piattaforma logistica o capi reparto, la busta paga non cambia una virgola se sulla carta d’identità c’è scritto uomo o donna. I bonus di risultato premiano gli obiettivi raggiunti, non la disponibilità a rinunciare alla vita privata. I percorsi di carriera sono scritti in modo trasparente, con criteri chiari e valutazioni periodiche: la maternità non è più una parentesi da scontare in silenzio, ma una fase prevista e gestita, senza punizioni implicite.
Braccio di ferro? Meglio unire le forze
Alle fiere e ai convegni dell’ortofrutta, poi, i panel non devono essere corretti all’ultimo minuto per evitare l’imbarazzo del "manel". Le donne siedono sul palco perché sono responsabili di aree chiave: innovazione varietale, sostenibilità, digitale, export, marketing, finanza. Nessuno si stupisce se a parlare di strategia di categoria è una direttrice acquisti o se a presentare risultati di bilancio di un grande gruppo è un’amministratrice delegata. Le associazioni di settore non hanno più bisogno di sezioni femminili per farsi ascoltare: il confronto sui temi – costi, margini, clima, consumi – è già, naturalmente, a due voci.
In questo scenario iperbolico, l’8 marzo in ortofrutta è quasi una festa di categoria come le altre. Le aziende non sentono il bisogno di campagne rosa per un giorno, perché tutto l’anno i talenti vengono scelti, pagati e fatti crescere senza distinzione. I media di settore non preparano dossier dedicati alle donne dell’ortofrutta, perché le protagoniste sono presenti nelle notizie di ogni giorno, insieme ai colleghi, senza bisogno di cornici speciali.
Stop alla fantasia, torniamo alla realtà
Ecco, ora aprite gli occhi. Prendete questa storia fantasy e confrontatela con la realtà del nostro settore. Ad esempio: il gender pay gap ancora arriva al 25-40% in agricoltura; le donne rappresentano il 70% della filiera mele ma solo il 10% manager; il 31,5% delle aziende agricole femminili lotta per credito e quote; il caporalato colpisce soprattutto le donne.
Come in un gioco della Settimana Enigmistica, troviamo le differenze e proviamo a correggerle. Anche per quanto riguarda le donne, l'ortofrutta ha bisogno di vera parità, non di celebrazioni.