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06 giugno 2026

Caporalato, il costo (non solo umano) dello sfruttamento

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Non servono altre cronache. Non serve nemmeno il cordoglio. Le immagini dei quattro braccianti morti tra le fiamme sono già entrate nella memoria collettiva come l'ennesima tragedia che scuote le coscienze per qualche giorno e poi rischia di dissolversi nella normalità.

Forse, l'unica cosa utile da fare, è porci una domanda e cercare di trovare una risposta franca. Come è possibile che dieci anni dopo l'approvazione della legge 199 contro il caporalato continuiamo a parlare di lavoratori sfruttati, ricattati, invisibili, uccisi barbaramente?

La legge non è bastata

Nel 2016, dopo la morte della bracciante Paola Clemente, il nostro Paese approvò una legge considerata all'avanguardia in Europa. La 199 ha introdotto strumenti repressivi più incisivi, ha esteso le responsabilità agli imprenditori che sfruttano i lavoratori e ha previsto misure di tutela per le vittime. Sulla carta, un modello.

Nella realtà, però, il fenomeno non è stato sconfitto. Le inchieste continuano a documentare reti criminali sempre più sofisticate, capaci di collegare organizzazioni mafiose italiane e gruppi criminali stranieri.

I numeri del lavoro irregolare in agricoltura restano impressionanti. Secondo l'Istat - dati aggiornati al 2023 - sono 200mila i braccianti senza contrattoMigliaia e migliaia di lavoratori che continuano a vivere in una zona grigia fatta di precarietà amministrativa, ricatti occupazionali e paura di denunciare.

Il problema è che la repressione, da sola, non basta. Una legge può aumentare le pene, introdurre sequestri e commissariamenti, rafforzare gli strumenti investigativi. Ma se i controlli restano insufficienti, se i tempi per ottenere documenti e permessi si trasformano in un limbo burocratico, se chi denuncia perde contemporaneamente lavoro, casa e protezione, il sistema continuerà a produrre vulnerabilità e quindi sfruttamento.

Un vantaggio illegittimo

Chi sfrutta la manodopera, chi paga salari da fame, chi aggira le regole sulla sicurezza e sui diritti fondamentali ottiene un vantaggio economico illegittimo rispetto a chi produce rispettando le norme. Vale per l'industria, vale per il commercio internazionale e vale, soprattutto, per l'agricoltura.

È una distorsione della concorrenza che altera il mercato e penalizza le imprese corrette.

Non a caso, negli stessi giorni in cui l'Italia torna a interrogarsi sul caporalato, l'amministrazione Trump ha annunciato nuovi dazi nei confronti di decine di Paesi - nella lista nera anche l'Europa - accusati di non contrastare efficacemente il lavoro forzato nelle proprie filiere produttive.

"L’incapacità dei nostri partner commerciali più importanti di affrontare il problema dell’importazione di beni realizzati con il lavoro forzato è inaccettabile. Ciò crea una situazione in cui i lavoratori americani sono costretti a competere a livello globale in condizioni di disparità", ha dichiarato il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer. 

Al di là delle valutazioni politiche sulle scelte di Washington, il principio richiamato dall'amministrazione americana merita attenzione: il lavoro forzato non è soltanto una questione etica o sociale. È anche una distorsione della concorrenza.

L'Europa ha risposto a Trump ricordando di aver approvato nel 2024 uno dei regolamenti più avanzati al mondo contro l'immissione sul mercato di prodotti realizzati con lavoro forzato. Una scelta importante. Ma la credibilità delle norme si misura nella loro applicazione.

Il paradosso italiano 

Ed è qui che emerge il paradosso italiano. Da anni il settore investe sulla qualità, sulla sostenibilità ambientale, sulla tracciabilità, sulla reputazione internazionale del made in Italy. 

Eppure esiste una contraddizione che non si può ignorare. Se una parte della competitività continua a essere costruita sulla compressione del costo del lavoro, il mercato riceve un segnale distorto

Il prezzo finale non riflette più il reale costo di produzione e la concorrenza smette di premiare innovazione, organizzazione ed efficienza. In altre parole, il caporalato produce prezzi falsi: prezzi che trasferiscono una parte dei costi dell'impresa sui lavoratori più vulnerabili e che finiscono per penalizzare proprio le aziende che rispettano le regole.

Nessuna certificazione ambientale, nessuna innovazione tecnologica, nessuna strategia di marketing può compensare una filiera che tollera sacche di lavoro schiavistico.

Forse è questo il messaggio che dovremmo raccogliere dieci anni dopo la legge sul caporalato e davanti all'ennesima tragedia. Il lavoro forzato non è soltanto una violazione dei diritti umani: è un fattore che altera il mercato, impoverisce il valore delle produzioni e mina la credibilità dell'intero sistema agroalimentare.

Per questo la lotta al caporalato non dovrebbe essere considerata una battaglia di nicchia riservata a magistrati, sindacati o associazioni. Dovrebbe essere percepita come una priorità economica e industriale.

Perché un prodotto ottenuto grazie allo sfruttamento non è soltanto ingiusto. È anche il simbolo di una concorrenza falsata che danneggia tutti: i lavoratori, le imprese corrette, l'intera filiera. Compresi i consumatori. 

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