Nelle ultime 72 ore la crisi nello Stretto di Hormuz ha registrato ancora tutto e il contrario di tutto. Il risultato è una nuova e rapida escalation tra Stati Uniti e Iran, con effetti immediati sui traffici marittimi e sui mercati energetici.
I fatti in sintesi
Tra il 18 e il 20 aprile, le forze statunitensi hanno sequestrato una nave cargo iraniana che tentava di aggirare il blocco navale imposto da Washington. L’episodio, avvenuto dopo colpi di avvertimento e fuoco disabilitante, è stato definito da Teheran un atto di pirateria e ha ulteriormente indebolito la fragile tregua in scadenza.
Parallelamente, si sono registrati episodi di tensione diretta sulle rotte: navi commerciali fermate, traffico rallentato e casi di unità costrette a invertire la rotta. In alcuni casi si sono verificati anche colpi di arma da fuoco nei confronti di petroliere in transito, segno di una situazione operativa estremamente instabile.
Sul piano politico, i negoziati appaiono in stallo: l’Iran ha messo in dubbio la partecipazione a nuovi colloqui, accusando gli Stati Uniti di richieste eccessive, mentre da Washington arrivano nuove minacce di escalation militare in assenza di un accordo.
Questo deterioramento avviene in un contesto già compromesso: dal 13 aprile è in vigore un blocco navale statunitense verso i porti iraniani, cui Teheran ha risposto limitando o minacciando di limitare il transito nello stretto, uno snodo da cui passa circa il 20-25% dell’energia mondiale.
Costi energetici e logistici: il nodo centrale
Il primo impatto concreto riguarda i costi, che stanno aumentando lungo tutta la filiera. Le tensioni hanno già spinto al rialzo i prezzi del petrolio (fino al +5-6% nelle ultime ore) e aumentato il premio di rischio sulle forniture energetiche.
Per l’industria italiana — e in particolare per i comparti legati all’export agroalimentare — questo si traduce in un aggravio diretto e indiretto. Secondo Assocarta, il peso del gas sul fatturato è passato dall’11,6 al 15%, con prezzi medi intorno ai 50 euro/MWh e picchi a 60 euro/MWh.
In uno scenario di crisi prolungata, l’incidenza potrebbe arrivare fino al 25 per cento.
A questi costi energetici si sommano quelli logistici: i noli marittimi risultano in aumento fino al 15%, riflettendo l’instabilità delle rotte e i maggiori costi assicurativi. Il combinato disposto di energia più cara e trasporti più onerosi comprime i margini lungo tutta la filiera.
Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dal differenziale di prezzo del gas tra Italia e resto d’Europa (spread Psv-Ttf), che ha già generato circa 55 milioni di euro annui di costi aggiuntivi per il settore cartario.
L’impatto sull’ortofrutta e sul packaging
Per il comparto ortofrutticolo, l’effetto non è diretto ma passa attraverso due leve fondamentali: logistica e imballaggi.
Da un lato l’instabilità nello Stretto di Hormuz incide sui tempi e sui costi di trasporto verso i mercati del Golfo, un’area rilevante anche per l’export agroalimentare italiano. Ritardi, deviazioni delle rotte o riduzione dei traffici possono compromettere la shelf life dei prodotti freschi, aumentando il rischio commerciale.
Dall’altro, pesa il costo del packaging. Il settore degli imballaggi — essenziale per l’ortofrutta esportata — è tra i più esposti al caro energia. L’aumento del prezzo del gas e la riduzione della capacità produttiva interna rischiano di tradursi in rincari dei materiali e minore disponibilità.
Il quadro che emerge è quello di una crisi che va oltre l’emergenza contingente. L’energia torna a essere una variabile strutturale di costo, mentre la logistica globale si conferma vulnerabile agli shock geopolitici.