Il destino dello Stretto di Hormuz è attualmente sospeso tra la minaccia delle armi e una complessa partita diplomatica.
Secondo le ultime ricostruzioni, il presidente statunitense Donald Trump avrebbe deciso di sospendere temporaneamente i raid aerei già ordinati, accogliendo la richiesta dei leader di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, convinti che siano in corso "negoziati seri, che porteranno a un accordo accettabile per tutti".
La proposta sul tavolo
I mediatori pachistani hanno consegnato una nuova bozza d'intesa elaborata a Teheran che prevede punti di apertura significativi: il congelamento del programma nucleare iraniano, il trasferimento di 400 chili di uranio arricchito in Russia e, soprattutto per il commercio mondiale, l'apertura graduale dello Stretto di Hormuz, con Pakistan e Oman nel ruolo di garanti.
Tuttavia, il quadro resta precario: Trump ha definito le proposte insufficienti sul fronte nucleare, avvertendo che, senza promesse concrete, “i negoziati continueranno con le bombe”. A ciò si aggiunge la minaccia iraniana di impossessarsi o tranciare i cavi sottomarini per le telecomunicazioni.
La realtà operativa: "Lo stretto è chiuso"
Mentre la diplomazia cerca faticosamente una quadra, la realtà quotidiana di chi gestisce le merci è molto diversa.
Valentina Mellano, Ceo di Nord Ovest, ha fatto il punto con myfruit partendo da una premessa: al di là dei proclami, l'operatività a Hormuz è nulla: “A parte tutti i vari annunci e smentite, in realtà lo stretto è chiuso".
L’attacco a una nave cargo francese di qualche giorno fa ha confermato la pericolosità dell'area: “Il canale è minato ed è presidiato dalle forze sia iraniane, sia statunitensi - ha rilevato Mellano - In questo momento pensare di passare è impossibile”.
Le rotte alternative attraverso i porti della parte bassa della penisola (come Khor Fakkan o Fujairah) non offrono garanzie: “Sono molto piccoli e facilmente congestionabili - ha spiegato Mellano - “Sono soluzioni tampone non percorribili nel lungo periodo. Anche grandi hub come Jeddah iniziano a soffrire la saturazione di merce”.
L'impatto sull'ortofrutta e i danni ai carichi
Per il settore ortofrutticolo, i disagi si traducono in costi e tempi fuori controllo.
“I noli sono quasi arrivati a raddoppiare rispetto a febbraio tra supplementi di emergenza e aumento del costo del carburante - ha sintetizzato la Ceo - E i tempi di percorrenza sono diventati imprevedibili”.
Per chiarire, Mellano ha fatto riferimento al caso di un carico di mele partito a fine gennaio e arrivato solo il primo maggio, dopo essere stato dirottato in India a causa della congestione dei porti arabi. Il risultato per i prodotti deperibili è drammatico: “Ci sono dei danni che vanno dal 30 al 50% di un carico”.
Un ritorno alla normalità che richiederà mesi
Anche nello scenario più ottimistico di una risoluzione diplomatica immediata, la logistica non ripartirà istantaneamente: la complessità dei flussi richiede tempi tecnici lunghi: “Nell’ambito della logistica ci vorranno mesi perché la situazione venga di nuovo normalizzata - ha analizzato - Se pensiamo alla chiusura di Suez, è facile rendersi conto che servirà un tempo ancora discretamente lungo”.
La conclusione del forte disagio è dunque legata alla necessità di una stabilità reale: “Ci vorrebbe veramente uno stop al conflitto immediato, definitivo e duraturo”.