Nel 1973, la crisi petrolifera fermò auto e mezzi di produzione: un evento epico, rimasto impresso nella memoria collettiva per decenni. Nonostante piani strategici e politiche di sicurezza energetica, il nodo della dipendenza non è mai stato sciolto, ripresentandosi con forza prima con l'invasione russa dell'Ucraina e oggi con le nuove tensioni in Medio Oriente.
Tutte le aziende, direttamente o indirettamente, hanno pagato il prezzo di costi energetici fuori controllo. A distanza di quattro anni dall'ultimo shock, ci riscopriamo vulnerabili. Oltre al blocco delle spedizioni di prodotti chiave come kiwi e mele, il settore deve fare i conti con un nuovo, pesantissimo caro energia.
L'inasprimento del conflitto tra USA, Israele e Iran ha scatenato ripercussioni immediate sui mercati: le quotazioni di petrolio e gas sono schizzate verso l'alto con rincari vicini anche al 40%, prontamente trasferiti sui prezzi alla pompa. Per la logistica e l'intero comparto ortofrutticolo si tratta dell'ennesima mazzata. La speranza è che il conflitto possa risolversi in tempi brevi, limitando i danni a un sistema già profondamente provato.
Insicurezza energetica: la filiera punta sulle rinnovabili, ma i veti locali frenano gli impianti
Il nodo della dipendenza energetica può essere parzialmente allentato con accordi politici e commerciali, ma la realtà è che si fa ancora troppo poco per sviluppare l'autoproduzione da fonti rinnovabili. La carenza di impianti eolici e fotovoltaici impedisce di abbattere i prezzi in modo strutturale e di ridurre drasticamente la dipendenza dall'estero.
Eppure, qualcosa si muove: molti operatori agricoli hanno già investito nelle coperture solari, portando al boom del parco agrisolare. Il prossimo 10 marzo si aprirà il terzo bando, sono 800 milioni ma in totale sonos atti messi a disposizione oltre tre miliardi destinati a pannelli e sistemi di accumulo, questi ultimi fondamentali per garantire l'energia anche nelle ore notturne. Registriamo un'ottima partecipazione anche nell'agrivoltaico - che permette di coltivare sotto i pannelli - e sono numerosi i bandi regionali che finanziano la transizione green. Anche i grandi mercati all'ingrosso stanno mettendo in campo progetti milionari finanziati dalle risorse europee: tutte azioni concrete per calmierare i costi, tagliare le bollette e mandare avanti le aziende con il sole di casa.
Ma non basta. Oltre al fabbisogno aziendale, è necessario sviluppare impianti su scala industriale che garantiscano una produzione significativa, per mettersi al riparo dalla volatilità dei prezzi. Ed è qui che casca l'asino. Recentemente, in Sardegna, si è levata una forte opposizione contro un impianto fotovoltaico in un’area artigianale. Non agricola: artigianale. In una regione dove l'industrializzazione è ferma da decenni, si arriva a contrastare persino l’installazione di panelli fotovoltaici in zone produttive, magari in terreni già compromessi da idrocarburi e scarti chimici.
Questi movimenti locali rivendicano la sovranità sul territorio comunale, ma ignorano che tale posizione ci rende dipendenti della sovranità energetica delle multinazionali e degli Stati che dettano legge su gas e petrolio. Alla fine, il conto lo pagano sempre le aziende di produzione e trasformazione e, di riflesso, il consumatore, costretto a pagare di più per portare meno frutta e verdura a casa.
Ripercussioni anche per l'export di kiwi e mele in Romagna
A poche decine di ore dall’inizio dei bombardamenti americani, l’economia mondiale trema e i primi contraccolpi colpiscono duramente l'Italia e la Romagna. In una nota stampa di Legacoop si legge: “L’interdizione assoluta del Golfo Persico e il blocco totale dello Stretto di Hormuz hanno già causato il fermo dei container di ortofrutta romagnola - in particolare kiwi e mele - destinati all’Arabia e ai mercati limitrofi. Il rischio immediato è il deperimento della merce, ma a spaventare è anche l’incertezza totale sulle spedizioni future”.
Non è solo una questione di logistica bloccata. Legacoop sottolinea l'ennesima fiammata dei prezzi: “Tra le cooperative romagnole associate è diffusa la preoccupazione per l’impennata dei costi energetici. Si tratta di un fenomeno spesso alimentato dalla speculazione, che già tre o quattro anni fa - tra la pandemia e la crisi del Canale di Suez - mise in ginocchio i bilanci di molte imprese, anche le più solide e virtuose”. Il problema è reale, è vicino e non è affatto piccolo.