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11 maggio 2026

Export ortofrutta, a Tuttofood il punto con gli esperti

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L’ortofrutta italiana ha la vocazione di viaggiare e vuole farlo, ma si ritrova spesso intrappolata in una fitta rete di protocolli fitosanitari, controlli logistici e negoziati internazionali. 

In altre parole, l’export ortofrutticolo italiano resta competitivo grazie alla reputazione costruita nel tempo, ma per continuare a crescere dovrà diventare più veloce, integrato e capace di parlare con una sola voce. Perché oggi esportare non significa soltanto spedire prodotto, ma governare contemporaneamente diplomazia, logistica, programmazione e visione industriale.

È il quadro emerso durante il convegno Export di ortofrutta italiana tra sfide e opportunità, organizzato dall’Associazione Nazionale Le Donne dell’Ortofrutta in occasione di Tuttofood, il cui obiettivo, centrato, era l'analisi delle criticità e delle prospettive delle esportazioni.

"Parlare oggi di export ortofrutticolo non è semplice - ha sintetizzato Raffaella Quadretti, direttrice di myfruit.it -  Le sfide sono tantissime, dagli ostacoli geopolitici alle regole fitosanitarie stringenti, fino ai costi logistici sempre più elevati. Eppure l’Italia continua a essere un punto di riferimento per qualità, sicurezza e valore distintivo dei suoi prodotti".

Export oltre il prodotto: governare l’intera filiera

Esportare non è semplicemente vendere un prodotto, ma governare l’intera filiera", ha spiegato Alessandro Simone, country manager di Lulu Group in collegamento dall'Arabia Saudita, ricordando che nel 2024 l’export ortofrutticolo italiano ha superato i 6 miliardi di euro, con oltre 3,5 milioni di tonnellate esportate e mercati dinamici come Medio Oriente, Asia e Nord America.


Il punto centrale resta però la capacità di adattarsi alle esigenze dei mercati internazionali: continuità varietale, stabilità di prezzo e programmazione diventano elementi imprescindibili. "Non si può lavorare in export con quotazioni settimanali derivate dal mercato locale", ha sottolineato.

Il nodo fitosanitario tra import ed export

Uno dei temi più discussi riguarda le barriere normative imposte dai Paesi terzi. Simona Rubbi, responsabile barriere fitosanitarie e nuovi mercati di Cso Italy, ha evidenziato il forte squilibrio tra l’approccio europeo e quello adottato da molti mercati extra-Ue.

"Quando dobbiamo importare in Europa abbiamo un approccio permissivo, tutto ciò che non è espressamente vietato è consentito - ha chiarito - Al contrario, verso i Paesi terzi tutto ciò che non è espressamente consentito è vietato".

Ogni protocollo richiede anni di negoziazione, verifiche tecniche e visite ispettive. In molti casi, ha osservato Rubbi, le misure fitosanitarie diventano strumenti di protezionismo commerciale.

Emblematico il caso del kiwi in Cina: oltre dieci anni di trattative per ottenere il protocollo, con autorizzazioni limitate solo ad alcune regioni italiane e procedure burocratiche che rischiano di compromettere intere campagne commerciali.

Le difficoltà non si fermano qui. In Indonesia, per esempio, l’export è bloccato per questioni legate all’autorizzazione dei laboratori per le analisi sui metalli pesanti, mentre in Australia restano irrisolti i problemi legati alla fumigazione con bromuro di metile, vietata in Europa dal 2009.

La logistica del prodotto vivo

Se la burocrazia rallenta il commercio, la logistica mette alla prova la tenuta stessa del prodotto. Valentina Mellano, Ceo di Nord Ovest Spa, ha ricordato come l’ortofrutta sia una merce estremamente delicata, soggetta a continui controlli e vulnerabile a ogni ritardo.

"La stessa partita di merce viene controllata da almeno tre o quattro soggetti, fitosanitario, Agecontrol, dogana, controlli antifrode - ha argomentato - E ogni stop ha un costo".

Negli ultimi cinque anni - ha poi analizzato Mellano - la filiera ha dovuto affrontare crisi continue, pandemia, blocco del Canale di Suez, guerra in Ucraina, chiusura di Hormuz e aumento dei costi di trasporto hanno reso instabile l’intero sistema logistico".

Uno dei passaggi più delicati resta il cold treatment, il trattamento a freddo richiesto da alcuni Paesi per eliminare eventuali organismi nocivi. La procedura impone il monitoraggio costante della temperatura della polpa tramite sonde inserite nei frutti, ma le difficoltà non mancano. 

Come ha infatti raccontato Mellano, prendendo come riferimento le prime spedizioni di mele verso la Thailandia, non tutto fila sempre liscio, perché ci sono dei limiti dettati anche dalle caratteristiche organolettiche del prodotto: "Non si riuscivano a inserire le sonde nelle mele - ha sottolineato - Abbiamo così dovuto costruire una rete che intrappolasse il frutto per consentire il monitoraggio".

La rigidità dei protocolli è estrema: basta una sonda non funzionante o una temperatura fuori parametro perché il carico venga respinto all’arrivo, con pesanti perdite economiche e la necessità di deviare la merce verso altri mercati.

Anche il trasporto aereo presenta criticità importanti: "Molto prodotto viaggia su voli passeggeri privi di celle refrigerate dedicate e con un range di temperature che va da 2 a 8 gradi, dunque non ottimale per l'ortofrutta - ha sottolineato Mellano - Così ci inventiamo coperte termiche e ghiaccio secco per mantenere fragrante il prodotto".

Mele leader, pere in crisi

Dal punto di vista commerciale, alcuni prodotti mostrano maggiore resilienza rispetto ad altri. Le mele continuano a rappresentare il principale prodotto export italiano, superando il miliardo di euro di valore grazie alla loro capacità di sopportare lunghi tempi di transito mantenendo elevati standard qualitativi.

Segnali positivi arrivano anche dall’uva da tavola seedless e dal melograno, che negli ultimi anni ha trovato spazio in mercati di nicchia grazie a una buona tenuta logistica.

Più critica invece la situazione delle pere. Alessandro Simone ha parlato di un crollo dell’export superiore al 60%, dovuto sia alla minore disponibilità produttiva sia alle preferenze estetiche dei mercati esteri, orientati verso frutti perfetti dal punto di vista visivo.

"All’estero si preferiscono prodotti senza difetti estetici -  ha osservato - Mentre in Italia certe imperfezioni sono interpretate come sinonimo di qualità".

L’ortofrutta come merce di scambio

Giulia Montanaro, presidente dell’Associazione Nazionale Le Donne dell’Ortofrutta, ha richiamato l’attenzione sul tema degli scambi commerciali:  "La sensazione degli operatori è che l’ortofrutta sia spesso una merce di scambio nei trattati di libero scambio - ha dichiarato - Il settore viene frequentemente penalizzato nei negoziati internazionali a vantaggio di altri comparti industriali".

Parola chiave: collaborazione

Dal confronto emerso, alcuni highlights da sottolineare. Il primo: la qualità dell’ortofrutta italiana, da sola, non basta più ad aprire le porte dei mercati internazionali. Servono tempi più rapidi, maggiore coordinamento e soprattutto una strategia condivisa tra imprese, istituzioni e logistica.

A indicare la direzione Simona Rubbi, che ha richiamato la necessità di concentrare gli sforzi solo sui dossier realmente strategici per il comparto. “Un protocollo nasce da una richiesta condivisa degli operatori che abbia una grande rappresentatività del settore, perché le energie da spendere sono enormi”.  

Un passaggio che evidenzia come l’export non possa essere affrontato da singole aziende, ma richieda una massa critica capace di sostenere negoziati lunghi e complessi.

Il secondo la necessità di collaborazione. Sul punto ha insistito Valentina Mellano, che ha ribadito il valore operativo della collaborazione lungo tutta la filiera. “Occorre mettersi intorno a un tavolo tra produzione, commercianti, logistici e tecnici fitosanitari, altrimenti il rischio è perdere competitività inseguendo protocolli scollegati dalla realtà commerciale e logistica. Aprire un mercato dopo dieci anni di trattative può infatti significare arrivare troppo tardi rispetto ai gusti dei consumatori o alle evoluzioni varietali".

Il terzo riguarda le sfide sul piano politico e strategico. A chiudere il ragionamento è stata Giulia Montanaro, che ha sottolineato come il sistema europeo continui a presentarsi frammentato nei tavoli internazionali: “C’è una mancanza di reciprocità alla base delle difficoltà: se fossimo trattati come uno e non come 27 sarebbe diverso”.

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