Il caldo estremo con la sua scia di morti conquista le prime pagine dei giornali e le copertine dei telegiornali. Forti ripercussioni anche nel settore ortofrutticolo: si parte dal campo ma gli effetti si scontano anche in reparto. Non è cronaca visto che gli scenari economici preoccupanti sono presenti negli studi e nelle ricerche da anni. E gli interventi di mitigazione hanno effetti limitati.
La cassa integrazione, per esempio, può essere utilizzata, ma nel settore agricolo le ore di lavoro perse non si recuperano come avviene in altri comparti produttivi, dove è possibile posticipare le attività in periodi più freschi.
In campo, alla riduzione dell’intensità di lavoro si aggiungono la minore disponibilità di acqua e l’aumento dei costi del carburante necessario per pomparla. In questi giorni alcuni operatori dei mercati osservano che il caldo permette di mantenere bassi i prezzi perché la merce è più deperibile e va venduta rapidamente. Se questo è vero nel brevissimo periodo, nel medio-lungo termine rischia di generare squilibri: una minore produttività porta inevitabilmente a una riduzione dell’offerta e quindi a un aumento dei prezzi a scaffale. È un circolo vizioso che si autoalimenta. Sul tema abbiamo consultato alcune ricerche.
Lo studio di Allianz: riduzione di 0,5 punti del Pil
Un rapporto di Allianz Research del 2025 ma tuttora valido sottolinea che utilizzando le ponderazioni del Pil globale, l’ondata di caldo comporterebbe una riduzione di circa 0,5 punti percentuali della crescita del PIL europeo nel 2025 e di 0,6 punti percentuali a livello mondiale, evidenziando il peso crescente del rischio climatico fisico. E l'anno scorso la gran parte delle economie europee ha annaspato. Secondo Allianz il settore agricolo è più vulnerabile.
"Un documento della Bce che analizza l’impatto delle temperature estreme rileva un parziale rimbalzo nei settori manifatturiero e dei servizi, mentre le perdite in agricoltura e in alcune infrastrutture tendono a persistere. Il recupero stimato varia tra +0,05 e +0,15 punti percentuali, compensando solo il 30–50% dell’impatto iniziale".
Una nuova normalità con cui fare i conti in tutti gli anelli della filiera
L’adattamento resta fondamentale: le condizioni dei lavoratori dipendono dalle scelte della società e questo suggerisce che le perdite di produttività dovute al caldo possono essere mitigate. Innovazioni tecnologiche, interventi infrastrutturali, norme adeguate e cambiamenti comportamentali possono essere messi in campo da individui, imprese e governi. Ma il "cambiamento climatico sta aumentando frequenza e intensità del caldo estremo, trasformando ondate di calore, siccità e incendi nella nuova normalità, con conseguenze economiche sempre più rilevanti".
Il monito della Fao e di World Meteorological Organization
Anche la Fao e la Wmo, nel rapporto Extreme Heat & Agriculture del 2026, sottolineano che ciò che avviene in campo si riflette poi sul reparto: il caldo estremo non è più un fenomeno episodico, ma un moltiplicatore sistemico di rischio per la sicurezza alimentare, la produttività agricola e la salute dei lavoratori. Il documento evidenzia come l’aumento delle temperature, le ondate di calore prolungate e il cambiamento dei modelli climatici stiano già compromettendo rese, salute degli animali, disponibilità idrica e condizioni di vita nelle aree rurali, con impatti che colpiscono soprattutto le comunità più vulnerabili.
Poiché il caldo estremo è prevedibile, rafforzare i servizi climatici e i sistemi di allerta precoce collegati ad azioni anticipatorie rappresenta un’opportunità decisiva. Tuttavia, esistono limiti profondi a ciò che l’adattamento può ottenere: con la temperatura media globale ormai prossima a superare la soglia di 1,5 °C prevista dall’Accordo di Parigi, "l’urgenza di interventi di mitigazione cresce ulteriormente. La protezione duratura dei sistemi agroalimentari globali passa da una mitigazione climatica ambiziosa e multilaterale".
Dal livello mondiale al contesto italiano: perdita di 1,5 miliardi, rincari su frutta e verdura
A livello nazionale, la Cia–Agricoltori Italiani riprende lo studio Fao e evidenzia il legame diretto tra ciò che accade nei campi e i rincari per il consumatore finale. "L’ondata di caldo del 2026 rischia di costare al settore primario oltre 1,5 miliardi di euro tra campi danneggiati e ore di lavoro evaporate. Un impatto pesantissimo che si abbatte sull’agricoltura nazionale mentre alte temperature, scarsità idrica e stress termico mettono sotto pressione colture, allevamenti e disponibilità produttiva, con il rischio concreto di rincari selettivi per i consumatori, soprattutto su frutta, verdura e produzioni più sensibili".
L'economia e il business del cambiamento climatico
Nella filiera vanno inoltre considerati i costi aggiuntivi per le protezioni e gli ombreggiamenti necessari a tutelare il prodotto, oneri che si riflettono poi sul reparto. Fiorisce quindi un comparto economico dedicato agli strumenti che tutelano e mitigano le conseguenze dei cambiamenti climatici e non si tratta solo di reti e teli. Pensiamo ai droni che in condizioni di scarsità idrica permettono di rendere concreta l'agricoltura di precisione con l'utilizzo parsimonioso dell'acqua. C'è una filiera che cresce e costa ma allo stesso tempo permette una maggiore resilienza climatica.