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Agricoltura verticale, opportunità o chimera?

agricoltura verticale

Fa risparmiare acqua e suolo, promette rese altissime ed è la quintessenza del Km 0. Ma il bilancio energetico non torna

Diciamolo subito: la questione è controversa. Sì, perché se è vero che l’agricoltura verticale potrebbe contribuire fattivamente a risolvere il gravoso problema della disponibilità di cibo a livello mondiale, è altrettanto vero che occorre fare i conti con la sostenibilità economica e ambientale. E pertanto, nonostante nella teoria ci siano tutti gli elementi per raccontare storie di successo, nella pratica sono molti i fallimenti. Al momento, va detto, alcuni esempi di agricoltura verticale, a livello mondiale, ci sono. L’impressione, però, è che si tratti di esercizi di stile e che la chiave di volta non sia ancora stata trovata. I limiti? L’impatto ambientale e i costi energetici enormi.

Vertical farming, fame addio

Da tempo la Faol’Organizzazione delle nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha lanciato l’allarme: nel 2050 la popolazione mondiale supererà i 10 miliardi e pertanto, per soddisfarne il fabbisogno alimentare, sarebbero necessari due pianeti. Dunque, appare evidente, occorre trovare alternative più performanti rispetto all’agricoltura tradizionale. Tra le soluzioni, in effetti, potrebbe esserci l’agricoltura verticale la quale, essendo basata sulle colture idroponiche e acquaponiche, presenta innegabili vantaggi. Quali? Il consumo di suolo ridotto; il risparmio di alcune risorse naturali, in primis l’acqua, perché a gestire i fabbisogni nutrizionali delle piante è un software, il quale dispone che vengano erogate le corrette quantità di luce, idriche e di sostanze nutritive. Agrofarmaci e concimi, dicono gli esperti, non sono necessari. Inoltre, l’agricoltura verticale può trovare posto ovunque. A tal proposito, la massima espressione di efficienza è nel suo inserimento nel tessuto urbano, realizzando così un altro obiettivo: il chilometro zero, ma quello vero. Oltretutto, va detto, a essere particolarmente adatte alla coltivazione verticale, sono molte specie ortofrutticole: per il settore rappresenterebbe una svolta. Ma come stanno andando i progetti in essere?

Agricoltura verticale in giro per il mondo

In Malesia, nel lontano 1992, prendeva forma il primo progetto di agricoltura verticale: un grattacielo metteva insieme unità abitative e produzione alimentare. E in Malesia, tuttora, proseguono progetti di agricoltura verticale, uno per tutti CityFarm’s, messo a punto da quattro ingegneri. Tornando in Europa, e venendo ai giorni nostri, nel 2013, a Monaco di Baviera (Germania), viene fondata l’Associazione per l’agricoltura verticale (Avf), il cui scopo è lo studio di tecnologie per le attività agricole verticali e al cui interno lavorano ricercatori, ma anche agricoltori. In poco tempo l’associazione ha fatto proseliti in Europa e non solo, tanto che nel 2014, in Pennsylvania, è stata inaugurata un’enorme fattoria verticale, basti pensare che il potenziale produttivo equivale a 17 milioni di piante, dalla lattuga alle fragole. Con 13mila metri quadrati di superficie, però, il progetto più grande a livello mondiale è a Dubai. In Russia, con una rete di imprese agricole verticali collocate all’interno di aree urbane, si punta a ottenere una produzione orticola di circa un milione di chilogrammi all’anno. Secondo quanto rilasciato dal report  “Vertical Farming: 2020-30” prodotto da IDTechEx (società che si occupa di ricerche di mercato indipendenti, business intelligence ed eventi sulle tecnologie emergenti ai clienti in 80 paesi), intorno all’agricoltura verticale ci sarebbero parecchi investitori: dal 2015 sarebbero stati raccolti finanziamenti per oltre un miliardo di dollariTale forma di agricoltura, sempre secondo IDTechEx, sembra essere già ben avviata negli Usa e in Asia. In Giappone, per esempio, sarebbero già oltre 200 le fattorie verticali. In particolare, un impianto sarebbe capace di produrre ogni giorno 30 mila lattughe.

E l’Italia?

Tutti conoscono il bosco verticale di Milano, progettato da Stefano Boeri, ma in questo caso siamo distanti dal concetto vero e proprio di agricoltura verticale, ci troviamo semmai dinnanzi a un progetto di riforestazione metropolitana, poiché le duemila essenze arboree sono principalmente ornamentaliPlanet Farms, invece, è la start-up che a maggio dell’anno scorso ha presentato, alla Triennale di Milano, il progetto della più grande e avanzata vertical farm d’Europa. Il progetto interessa il comune di Cavenago, alle porte di Milano, e ha per oggetto una struttura che si estende su oltre novemila metri quadrati. I lavori, a questo punto coronavirus permettendo, dovrebbero terminare entro il 2020. Che cosa si coltiverà? Insalate baby leaf e basilico a residuo zero.

Prima di proseguire, una precisazione: gli esempi di agricoltura verticale su piccola scala, tipo gli orti verticali, non sono in discussione. Come è noto sono infatti già diffusi per la coltivazione di prodotti ortofrutticoli, tra cui fragole, insalate e piante aromatiche.

Agricoltura verticale, il bilancio non torna

Dunque l’agricoltura verticale è candidata a essere il modello di agricoltura che salverà il mondo dalla fame? La risposta al momento è no e non è una questione di fattibilità tecnica. Il problema, semmai, è da ascriversi alla sfera economica perché, conti alla mano, è la redditività dell’agricoltura verticale a non tornare. Perché se è vero che, come già ricordato, benefici economici e ambientali deriverebbero dalla produzione a chilometro zero e dal non impiego di alcuni (costosi) fattori della produzione (acqua, suolo, concimi, agrofarmaci), a non fare quadrare il bilancio è il dispendio energetico che l’agricoltura verticale comporta: i costi energetici per il mantenimento di illuminazione (sebbene venga utilizzata la tecnologia a LED) e automazione in un ambiente controllato 24 ore su 24, 7 giorni su 7  sono infatti enormi. In altre parole, il costo per l’energia necessaria per l’illuminazione artificiale, il riscaldamento e altre indispensabili operazioni di manutenzione supererebbe il vantaggio della stretta vicinanza dell’edificio alle aree di consumo. Infine, tra i limiti, vanno menzionati gli elevati costi di avvio e il monitoraggio costante. A non tornare è il bilancio economico, ma anche quello ambientale.

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