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Uva biodinamica, la grande assente nella Gdo italiana

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Insensibilità del consumatore o pigrizia delle insegne? Tarulli: “A scaffale manca anche il prodotto bio, serve cultura”

“Esportiamo tutto all’estero – esordisce Marilena Daugenti, alla guida del Gruppo Tarulli di Noicattaro (Bari) insieme al marito Antonio Tarulli – In Italia manca la cultura verso i prodotti biodinamici“. E aggiunge: “Veramente manca anche la sensibilità per quelli biologici”. Ma perché?

Nicchia o pigrizia?

“A detta delle insegne non c’è interesse da parte del consumatore per la certificazione Demeter – risponde l’imprenditrice – Nonostante il dialogo continuo con la Gdo italiana, riceviamo sempre la stessa argomentazione, ossia che si tratta di un prodotto di nicchia, poco ricercato. Eppure in Germania, Austria, Svizzera la domanda è in continua crescita. E se fosse pigrizia o insensibilità dei buyer?”.

“Di sicuro manca la cultura che invece c’è all’estero – prosegue Daugenti – Non so se negli altri paesi a sensibilizzare siano la scuola, la Gdo, i social. In ogni caso in Italia c’è ancora parecchio da fare”.

Costanza, studio e sacrificiTarulli_Uvadatavola_SweetSunshine_2

Ripercorrendo la storia dell’Op pugliese – 350 ettari di produzione di uva da tavola, di cui la metà certificata Demeter – Daugenti racconta: “Da 30 produciamo uva secondo il metodo biologico, nel tempo abbiamo abbracciato la filosofia biodinamica e negli ultimi dieci anni siamo passati da dieci ettari in produzione agli attuali 350. Per esperienza sappiamo che un’azienda non diventa Demeter da un giorno all’altro, occorrono sacrifici, studi, costanza ed esperienza sul campo”. In coerenza con la filosofia produttiva, Tarulli adotta solo packaging sostenibili: “I nostri imballaggi sono tutti innovativi e riciclabili – precisa – Alcuni addirittura biodegradabili al 100 per cento. Anche in questo modo orientiamo il consumatore verso prodotti bio o Demeter”.

Colore e semi non bastano, privilegiare la varietà

TarulliUva_1L’altra questione posta dall’imprenditrice riguarda proprio la riconoscibilità del prodotto nei supermercati, dove l’uva da tavola viene di fatto categorizzata in base al colore e alla presenza o assenza di semi. La varietà, fa notare Daugenti, è quasi sempre poco visibile: “Dovrebbe invece essere il primo elemento di scelta – argomenta – Perché determina il gusto e il sapore dell’uva. Esattamente come avviene per le mele, anche nella scelta dell’uva il consumatore dovrebbe essere maggiormente informato”. Per tale motivo Tarulli ha pensato a quella che definisce “una veste riconoscibile” per valorizzare la sua uva Cotton Candy, una varietà bianca, senza semi, di mezza stagione, in cui prevale il gusto di zucchero filato: “Abbiamo progettato il marchio Bio Cotton Candy – conclude – In questo modo chi l’acquista ha tutte le informazioni che necessita. Sa che si tratta di un’uva dolce e sa che proviene da agricoltura biologica”. Quest’anno i volumi di Cotton Candy saranno significativi. Ma non la si troverà, per quanto detto finora, sugli scaffali della Gdo italiana.

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