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Trend e Mercati

L’enfasi sul made in Italy. Perché mangiare solo patate italiane?

Tutto, e sempre, solo made in Italy. Ma ce n’è per tutti?

Il mito del made in Italy a tutti i costi…
Dall’inchiesta di Report dal titolo “La patata bollente”, emerge come, numeri alla mano, di patate italiane (15 milioni di quintali la produzione) non ce ne sarebbero a sufficienza per soddisfare la domanda interna (21 milioni di quintali), quindi ne importiamo circa 6 milioni di quintali. Quelle francesi costano meno, quindi coprono una domanda che c’è, e che le vuole a poco prezzo. Come dice un confezionatore italiano intervistato durante la trsmissione, del quale non viene svelata l’identità: “Alcuni commercianti hanno preferito ricorrere al prodotto di importazione perché comunque costava ancora meno che farlo produrre a prezzi bassi al produttore locale”. E, soprattutto, le vuole made in Italy. Parola oramai magica, ma talmente vasta, che spesso si fatica a capirne il senso. Sì, perché il nocciolo della questione, alla fine, è proprio qui. Davanti a due ceste di patate di origini differenti al supermercato un italiano non ha dubbi su cosa scegliere: Italia. A prescindere. Se oggi qualcuno si azzarda a preferire un’albicocca francese ad una italiana, anche se la prima, in quel momento stagionale, è nettamente superiore per qualità e gusto, rischia di essere lapidato sulla pubblica piazza per lesa maestà nei confronti dell’italianità tutta e del Km 0.

…ma non ce n’è per tutti
Che l’Italia abbia a disposizione un patrimonio di veri e propri giacimenti alimentari, anche nel mondo ortofrutticolo, è un dato di fatto incontrovertibile, che chiunque ci invidia. Si tratta, però, di specifici areali, spesso, anche se non sempre, tutelati da certificazioni di origine (a proposito di patate, è recente il riconoscimento dell’Igp per la Patata dell’Alto Viterbese). Produzioni non sempre enormi, in alcuni casi di nicchia. Impossibile soddisfare un’eventuale impennata della richiesta. Un caso, non l’unico, dove la domanda supera l’offerta è quello della cipolla rossa di Tropea Igp: produzione di 200mila quintali, ma sul mercato ne sono presenti un milione di quintali (vedi qui).

Viene da chiedersi se questa enfatizzazione del generico made in Italy rechi più beneficio piuttosto che danno allo stesso made in Italy che si vuole difendere. La qualità superiore, che poi si tramuta in un gusto superiore, ha, o dovrebbe avere, anche un prezzo superiore. E, nel nostro Paese, non nasce ovunque. Facciamocene una ragione. Vale per il vino, così come per le patate. Quindi, forse, sarebbe meglio comunicare – stampa specializzata e generalista, produttori, associazioni di categoria, distribuzione organizzata o meno – come non ci sia nulla di male a consumare anche patate importate da altri paesi, ben identificate nell’origine e sempre che ovviamente rispettino le regole che ci sono nel nostro, e che quelle italiane, dopo un po’, finiscono, come è giusto che sia. Altrimenti, il rischio della truffa è dietro l’angolo e, nonostante l’esistenza di disciplinari, sistemi di tracciabilità e controlli a campione, non è così certo poter verificare l’attendibilità di questa enorme quantità di made in Italy in circolazione. Con buona pace di chi vorrebbe genericamente identificare tutto ciò con un unico logo da veicolare in tutto il mondo, con problemi di controllo ancor più irrisolvibili.

Fonte foto: http://urbansprout.co.za

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