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Pomodoro da industria in crisi: sul banco degli imputati Gdo e Cina

Un’inchiesta di Gabanelli e Tortora mette in luce le criticità del settore. L’Italia perde 8mila ettari, pelati e San Marzano in estinzione

Come si distrugge l’eccellenza del made in Italy? Milena Gabanelli e Francesco Tortora, con un’inchiesta pubblicata dal Corriere.it, hanno dato risposta a questa domanda. Emerge un quadro a tinte fosche per il pomodoro da industria in Italia. “Il tanto apprezzato pomodoro italiano – sintetizzano i giornalisti – unico al mondo per qualità e biodiversità, rischia di trasformarsi in una merce standardizzata, uguale a quella prodotta in Spagna o California. Il boom delle importazioni, soprattutto dalla Cina, mostra l’incapacità del settore di essere autosufficiente. Calano i prezzi, crescono i volumi, crescono le frodi, e cala la reputazione di un marchio insieme a quella dell’intera filiera”.

La Cina ruba il secondo posto all’Italia

I numeri del 2020 raccontano di un’annata record per il settore delle conserve: l’Italia, con 5,1 milioni di tonnellate di pomodoro trasformato in pelati, passate o polpe, ha una quota sulla produzione mondiale pari al 13% e un fatturato di 3,5 miliardi di euro. Si tratta di pomodori raccolti nelle due principali aree di coltivazione: il distretto nord – ossia le province di Piacenza, Ferrara, Parma e Mantova – e il distretto sud – ossia le province di Foggia, Caserta e Potenza. Sempre nel 2020 le vendite e le esportazioni hanno registrato un incremento su base annua rispettivamente del 7 e dell’8 per cento. E nei primi due mesi del 2021 le vendite sono cresciute del 5 per cento: si prevede che la stagione si chiuda con l’azzeramento degli stock in magazzino.

Ma nonostante questi numeri, il settore è in crisi: l’Italia perde terreno e oggi, nella classifica mondiale, si posiziona al al terzo posto. E’ la Cina, con 5,8 milioni di tonnellate, ad averle “rubato” il secondo gradino del podio (al primo gli Stati Uniti, con oltre 10,2 milioni di tonnellate trasformate): perché la filiera è in crisi?

Diminuiscono le superfici, i prezzi sono bassi

In cinque anni le superfici coltivate si sono ridotte di quasi 8mila ettari, passando dai 73.240 del 2015 ai 65.600 del 2020. Il problema è la remunerazione: al nord il prezzo di acquisto è fissato a 92 euro a tonnellata (+1,25% rispetto all’anno precedente), ma non pareggia l’aumento dei costi di produzione dovuti anche all’emergenza sanitaria. Al sud i prezzi sono gli stessi del 2020: 105 euro a tonnellata per il pomodoro tondo, e 115 per quello lungo. Ma il clou della stagione incombe, presto potrebbero virare al ribasso. 

La piaga del caporalato

Nonostante il grosso della raccolta dei pomodori avvenga meccanicamente, al sud è ancora il caporalato a dettar legge. Secondo l’inchiesta, chi ha un regolare contratto guadagna circa 45 euro/giorno, ma il grosso della manodopera lavora in nero: 4 euro per ogni cassone da 300 chili. Non si tratta di netto: al caporale si “devono” i costi di trasporto – da due a cinque euro – più 20-50 centesimi per ogni cassone raccolto.

L’industria di trasformazione è un anello debole

Oggi sono 115 le aziende conserviere – concentrate nel centro-sud – e danno lavoro a diecimila dipendenti. Nel 2010 erano 178, e i lavoratori fissi erano il doppio. “Per stare sul mercato – scrivono i giornalisti del Corriere – l’industria vende a prezzi più bassi di quelli di produzione, il che si ripercuote su tutta la filiera: i prezzi d’acquisto al produttore sono sempre più bassi”. Inoltre, si registrano sequestri da parte dei Carabinieri anche ad aziende importanti. Negli ultimi due mesi a Petti sono state confiscate quattromila tonnellate di conserve e semilavorati realizzati con pomodoro estero (extra Ue) e pronti ad essere venduti come prodotto italiano, a Attianese 821 tonnellate di concentrato contaminato da alti livelli di pesticidi e proveniente dall’Egitto. Un ulteriore sequestro è avvenuto a metà giugno in un deposito a San Marzano sul Sarno, con la confisca di 270 tonnellate di conserve di dubbia provenienza. 

La scomparsa del San Marzano

A proposito di San Marzano, si tratta di una varietà quasi estinta: l’espansione edilizia nell’Agro nocerino-sarnese ha cancellato la maggior parte dei campi coltivati, quelli rimasti sono stati distrutti alla fine anni ’80 da una virosi. E anche il pelato rischia di scomparire: la produzione, concentrata al sud, scende drasticamente anno dopo anno, poiché i consumatori preferiscono passate e sughi pronti. 

Il ruolo della Gdo

“È la grande distribuzione a svolgere un ruolo centrale nella compressione dei prezzi, sia dei prodotti trasformati sia della materia prima – denunciano i giornalisti – Attraverso gare al ribasso, stabilisce il valore dei pomodori già prima della stagione di produzione, quindi senza conoscere quantità e qualità del raccolto”.

Gran parte delle conserve è venduta in Italia sotto forma di private label: solo alcune aziende di trasformazione (per esempio Mutti e Cirio) riescono a imporre il proprio brand sugli scaffali. Gli italiani consumano circa 30 chili a testa all’anno di derivati del pomodoro. Nel 2020 il prodotto più venduto è stata la passata (54%), seguita da polpe (21%), pelati (11%) e sughi pronti (10%). Più del 60% della produzione va all’estero: le conserve nel 2020 sono state i prodotti agroalimentari con il miglior saldo della bilancia commerciale e un attivo di 1,7 miliardi di euro.

Boom di importazioni dalla Cina

A complicare ulteriormente le cose, la Cina: tra 2018 e 2020 le importazioni sono passate da 35.200 a 68.600 tonnellate, il che trasforma il paese asiatico nel primo fornitore dell’Italia. “E quest’anno i volumi aumenteranno ancora – concludono – Già a febbraio sono entrate 18.500 tonnellate di prodotti (erano 13.400 nello stesso periodo dell’anno scorso)”.

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