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Pomì. 100% pomodoro italiano. O meglio, padano.

Infuriano le polemiche in rete e sui social per la nuova campagna pubblicitaria di Pomì

Sebbene nell’immaginario collettivo una pummarola come si deve non faccia rima con le nebbie e la Pianura Padana, il Consorzio Casalasco, proprietario del notissimo brand Pomì, ha deciso di puntare con decisione, nella sua recente campagna pubblicitaria, sul concetto di origine e, soprattutto, di tracciabilità dei pomodori dai quali si produce la nota passata. In una nota sul sito dell’azienda si legge infatti: “Gli stabilimenti di confezionamento sono situati tra la provincia di Cremona e di Parma e le aziende Agricole sono limitrofe agli stabilimenti con una distanza media di 42 km. Il 95% percento del nostro pomodoro è coltivato tra la Lombardia e l’Emilia Romagna; il restante nelle due regioni limitrofe”.

Risultato? Un mare di polemiche, soprattutto sul web, che ovviamente hanno trovato terreno fertile soprattutto nel mondo social. L’accusa è quella di voler speculare su quello che sta succedendo nella cosiddetta Terra dei Fuochi, zona essa stessa di produzione di pomodori per conserve, anche se l’azienda, ovviamente, non cita mai direttamente la nota zona di produzione compresa tra l’alto napoletano e il basso casertano. E così se il giornalista Luciano Pignataro, storica e autorevole firma enogastronomica del quotidiano il Mattino di Napoli, dal suo blog, non lesina critiche ironiche con un post dal titolo “Vuò murì? Magnate Pomì” su Twitter e Facebook si inasprisce la bufera e si parla già di boicottaggio.

La campagna pubblicitaria è firmata da “In evidence“, agenzia che lavora per nomi come Eni, Alfa Romeo e Regione Lombardia ma per ora, secondo molti, quanto meno per gli effetti che sta suscitando sulla rete, sembrerebbe essere più un autogol che non modo per difendere il lavoro dei soci del Consorzio (300 aziende agricole per un totale di 220 milioni di euro di fatturato). Proprio sulla pagina Facebook di Pomì, l’azienda ribadisce che si stratta di un “atto dovuto” nei confronti dei consumatori “ma anche nel rispetto delle aziende agricole socie, del personale dipendente e di tutti gli stakeholders che da sempre collaborano per ottenere la massima qualità nel rispetto delle persone e dell’ambiente”.

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