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13 luglio 2026

Stefano Liberti: la nuova frontiera delle aste al ribasso

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Nel suo ultimo articolo pubblicato sulla rivista Internazionale, scritto insieme a Fabio Ciconte, Stefano Liberti torna su un tema che attraversa da anni le sue inchieste: il giusto prezzo dei prodotti agricoli e gli squilibri di che segnano la filiera, dal campo alla Gdo. Un impegno che i due giornalisti portano avanti con continuità, attraverso articoli, servizi e libri che hanno contribuito a rendere visibile ciò che spesso resta nascosto dietro una bottiglia di passata o una scatola di pelati.

In questa nuova inchiesta l’attenzione si concentra sul sistema delle aste, un meccanismo che la legge italiana ha cercato di limitare vietando le pratiche più aggressive, come le aste elettroniche al doppio ribasso. Il decreto legislativo 198/2021 che recepisce la direttiva europea 2019/633. Si tratta della norma che vieta pagamenti oltre i trenta giorni per i prodotti deperibili e oltre i sessanta per quelli non deperibili; impedisce le cancellazioni di ordini all’ultimo minuto, che scaricavano sui produttori il rischio commerciale; proibisce le modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali da parte dell’acquirente; blocca le richieste di contributi non giustificati per attività come promozioni, marketing o logistica; e mette fine alle aste elettroniche al doppio ribasso, lo stesso meccanismo richiamato nell’intervista e al centro dell’ultima inchiesta di Liberti e Ciconte.

Centrali d'acquisto internazionali

Secondo Liberti "alcune grandi centrali hanno organizzato aste che partono da un prezzo di riferimento fissato a monte che innesca  ribassi continui da parte dei fornitori. “Noi riteniamo, e anche diversi giuristi lo ritengono, che si tratti di un metodo non troppo lontano da quello vietato”, spiega Liberti. Nell'articolo si cita Constellation una centrale europea d’acquisto che tratta per conto di alcuni tra i più importanti operatori della distribuzione alimentare del continente. 

L'articolo è firmato da Liberti con Fabio Ciconte (qui sopra

Come Liberti sottolinea nell'articolo, "è uno di quegli intermediari invisibili al consumatore finale che, negli ultimi anni, hanno assunto un peso crescente nella definizione del prezzo dei prodotti alimentari. Non coltivano, non trasformano e spesso non vendono direttamente ai consumatori. Comprano. E proprio perché comprano contemporaneamente per più gruppi della distribuzione, hanno un enorme potere contrattuale".

Valutare il sistema, il caso Marr   

Il punto giuridico resta aperto: "Spetterà all’Icqrf -Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari rivalutare se queste aste costituiscano una violazione della normativa sulle pratiche commerciali sleali".  A volte più che la norma ("fatta la legge trovato l'inganno") è il dato reputazionale a frenare la corsa al ribasso. 

Un caso emblematico è quello di Marr, uno dei grandi player "coinvolti nell’asta del 30 giugno per l’acquisto di ingenti quantitativi di pomodoro destinati al mercato Horeca. Dopo aver partecipato, l’azienda ha deciso di fare un passo indietro: non si atterrà ai prezzi usciti dall’asta e riconoscerà ai fornitori valori diversi. È un risultato significativo, osserva Liberti, probabilmente per timore del danno reputazionale che avrebbe avuto”. 

Resta da capire come reagiranno gli altri partner europei, "sono anch’essi soggetti alla legge italiana quando acquistano merce nel nostro Paese". Il messaggio è chiaro: oggi la reputazione ha un costo e non si può danneggiare per pochi centesimi in meno del prodotto. 

Abbiamo una buona legge, ma serve "più monitoraggio"

Il tema del danno reputazionale, secondo Liberti, è centrale. La politica "ha approvato una legge anche buona, ma serve più monitoraggio e più attenzione. La nostra inchiesta ha già generato un’interrogazione al Parlamento europeo e una al Ministero dell’Agricoltura. E quando il tema entra nel dibattito pubblico, le catene della grande distribuzione diventano più caute". Fa un esempio concreto, di una catena citata nell'articolo: “Se confronto le risposte che ci diede Eurospin nel 2018 con quelle di oggi, vedo un cambiamento. Allora rivendicavano di ottenere i prezzi più bassi perché il mercato è cattivo. Oggi negano di aver fatto un’asta al ribasso e parlano di partnership con i fornitori. Almeno a parole, l’atteggiamento è diverso”. Contattata da myfruit.it, Eurospin non ha risposto. 

In questi anni qualcosa è cambiato, ma sarebbe da illusi credere che il problema sia risolto. Al limite si è mitigato. 

Macchine e caporalato 

L’inchiesta tocca anche un altro aspetto molto attuale: la meccanizzazione della raccolta del pomodoro da industria. Si tratta, spiega Liberti, "di macchine sempre più sofisticate che strappano le piante, riconoscono il grado di maturazione e scartano i frutti non idonei. Nel distretto del Nord la meccanizzazione sfiora il 100%, mentre nel Sud cresce rapidamente. Questo riduce il lavoro manuale, ma sposta l’attenzione su altre colture dove la raccolta non può essere meccanizzata e dove si annidano forme di sfruttamento meno visibili. Pensiamo per esempio a ravanelli, finocchi, insalate. Il pomodoro è simbolico, spiega Liberti, Nell’immaginario collettivo il caporalato è legato al pomodoro, ma oggi lo sfruttamento è più concentrato altrove, su altre colture”.

Il consumatore quanto incide? In modo relativo

Spesso leggiamo sui social "compro prodotto certificato", "garantito" e "non sotto un certo prezzo". Bene, ma alla domanda su cosa possano fare i singoli consumatori, Liberti risponde con realismo: "Il loro peso è relativo. Certo, acquistare una passata a prezzo stracciato può significare alimentare una filiera distorta, ma il vero cambiamento deve arrivare da norme più stringenti e da maggiore trasparenza. Noi continuiamo a denunciare le storture e a mettere in luce gli atteggiamenti virtuosi quando ci sono. Speriamo che il nostro lavoro susciti interesse politico, perché è la politica che deve determinare i veri cambiamenti”.

La trasparenza e il prezzo giusto fa bene a tutti 

La concorrenza sleale nuoce oltre che al produttore alle insegne che seguono un disciplinare etico. Ma è colpita tutta la filiera come si legge nelle parole di Giovanni De Angelis, direttore generale dell’Anicav, l’associazione che rappresenta l’industria conserviera italiana, riportate nell'articolo di Liberti e Ciconte: "In gioco non c’è solo la singola gara, ma l’effetto che produce sul mercato. “Il prezzo ottenuto in queste procedure diventa inevitabilmente il riferimento per tutto il settore. Le altre catene, le altre centrali d’acquisto e gli altri operatori finiscono per chiedere condizioni simili. È così che si alimenta una spirale al ribasso che fa male all’intero settore”.

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