Il dibattito è iniziato con la proposta di Coop sulle aperture domenicali nella Gdo: costano troppo e non danno benefici. Soprattutto quando non si riesce a ridimensionare l'inflazione. Supermercati aperti o chiusi la domenica? Questo il dilemma. Il dibattito è stato rilanciato da Giorgio Licheri, direttore del Mercato Agroalimentare della Sardegna, che ha suggerito la chiusura del sabato per i mercati che oggi operano in quel giorno.
Una settimana corta a beneficio della riduzione dei costi e del benessere delle risorse umane, dei lavoratori sempre meno attratti da un lavoro in notturna e sei giorni di lavoro su sette. Ma ci sono centri agroalimentari che adottano la settimana corta da tempo: tra queste il Caat di Torino, che non apre né il sabato né la domenica da oltre vent’anni. Myfruit ne ha parlato con Fabrizio Galliati, presidente del Centro Agroalimentare torinese.
Settimana corta da 25 anni
Presidente Galliati, il Caat chiude da sempre il sabato e la domenica. Come funziona il vostro modello “Il Caat adotta la settimana corta da almeno venticinque anni. L’attività commerciale si svolge dal lunedì al venerdì. I prodotti entrano 24 ore su 24, sette giorni su sette, ma la parte commerciale termina il venerdì. Questo è possibile perché Torino rifornisce soprattutto negozi e mercati rionali, oltre alla Gdo, e le dinamiche di questi canali ci consentono di concentrare l’attività nei giorni feriali”.
Dal 2001 il sabato e la domenica sono sempre stati giorni di chiusura? “L’unica eccezione riguarda i periodi festivi: quando ci sono ponti o chiusure consecutive, valutiamo eventuali aperture. All’inizio di ogni anno il nostro comitato operativo — dove partecipano acquirenti, venditori, agricoltori e Caat — analizza il calendario. Si evitano più di due giorni consecutivi di chiusura. Per esempio: se il primo gennaio cade di giovedì e il mercato è chiuso, il 2 gennaio apriamo regolarmente, mentre il sabato e la domenica restano chiusi. Si lavora caso per caso”.
Scorcio del Caat
Il tema è tornato attuale: può il vostro modello essere un riferimento per quei mercati aperti sei giorni la settimana? “Ogni mercato italiano ha caratteristiche molto diverse, perché diverso è il territorio che serve. Non conosco nel dettaglio gli orari di tutti, ma posso dire che l’esperienza torinese è già strutturata su questa impostazione. Per noi non avrebbe senso aprire il sabato mattina: la domanda non lo richiede e la filiera funziona bene così”.
Nessun problema a lavorare cinque giorni su sette
La settimana corta porta benefici? “Sicuramente comporta una migliore organizzazione, una gestione più efficiente dei costi e un equilibrio migliore per il personale. L’esperienza ci dice che il modello funziona e risponde alle esigenze della nostra filiera”. Poi, naturalmente, ogni mercato ha una propria stagionalità: se per alcuni l’inverno è più fiacco, per altri è l’estate la fase meno dinamica.
Il lavoro diurno?
Un altro tema molto discusso è quello del passaggio dal notturno al diurno. Myfruit.it ne ha scritto spesso, anche nell'ultimo webinar dedicato all'ingrosso, ma non si è ancora arrivati a una soluzione condivisa, nonostante esistano mercati che già lavorano in diurno, come il Car di Roma.
È un tema che riguarda anche voi? “Sì, ci stiamo lavorando anche noi, così come Italmercati, la rete dei mercati all’ingrosso. Siamo nelle fasi iniziali, ma il tema c’è. Modificare gli orari non è semplice: la filiera è complessa e coinvolge moltissime persone. Spostare anche solo di un’ora l’apertura del mercato ha ripercussioni su trasporti, logistica, consegne ai negozi, traffico cittadino. Il Caat registra fino a 6mila ingressi al giorno: c’è un evidente impatto sulla viabilità”.