Porta Palazzo, a Torino, non è solo il mercato all’aperto più grande d’Europa, ma un vero archivio vivente di migrazioni, lavori, scambi e trasformazioni sociali. In questa prospettiva lo osserva Gabriele Proglio, professore associato di storia contemporanea all’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, che da anni si occupa di storia orale, memorie, migrazioni e studi sul cibo come chiave per leggere le trasformazioni urbane.
In questa ricerca si delinea anche l’economia e la sociologia dell’ortofrutta. I nuovi attori che occupano i banchi del mercato sono per lo più extracomunitari che da un lato assimilano tradizioni e regole locali e dall’altro le trasformano innovando i contenuti e le forme del commercio. E qui emerge un dato centrale: il mercato in piazza, ma pure le botteghe vicine gestite dai fruttivendoli pakistano e bengalesi, non è solo un luogo di compravendita ma anche di relazioni sociali e culturali. Si frequenta il mercato perché lì si trovano le spezie, le verdure e la frutta del Paese d’origine e poi s’incontrano i propri connazionali. L’ortofrutta in piazza avrà quindi un futuro perché strumento di relazione sociale e culturale.
Il libro su Porta Palazzo
Il suo ultimo libro “Porta Palazzo. Storia orale e sensoriale del mercato più grande d’Europa” ricostruisce la storia del mercato dal 1835 a oggi attraverso oltre duecento interviste orali a venditori, clienti e abitanti. Il volume mostra come Porta Palazzo nasca nell’Ottocento "in seguito all’epidemia di colera che colpì Torino: la monarchia decide allora di concentrare all’esterno delle mura i diversi mercati cittadini, ufficializzando così la creazione di un grande mercato in un’area dove già esisteva uno spazio di vendita di prodotti provenienti dalle campagne. Fin dall’inizio, dunque, si intrecciano due elementi strutturali: da un lato l’arrivo in città di migranti dalle campagne e dalle province piemontesi, dall’altro la posizione del mercato, centrale ma connessa alle prime periferie come Aurora e Barriera di Milano".

“Questa duplice specificità – i flussi migratori verso Torino e la collocazione urbana di confine – ha reso Porta Palazzo profondamente legata al tema dell’immigrazione e alla sua traduzione in forme concrete di lavoro e di organizzazione economica. Il mercato diventa così il luogo dove si vede con chiarezza come i mestieri, i banchi, le proprietà e le reti di collaborazione seguano le traiettorie delle migrazioni che attraversano la città”. Spiega il professore.
La prima trasformazione: gli anni sessanta, il boom economico, la migrazione dal Sud
Nel dopoguerra, con il boom economico e la Torino della Fiat, arrivano nuove ondate di migranti dal Sud Italia. “Molte persone provenienti da Puglia, Sicilia, Calabria e altre regioni iniziano nella parte più faticosa e meno visibile della filiera: spostare casse di frutta e verdura, aiutare nelle campagne, dare una mano dietro ai banchi. Con il tempo, però, si consolida un percorso ricorrente: dal lavoro manuale alla stabilizzazione, dal risparmio all’acquisto del banco, e infine al passaggio alla proprietà”.
Un salto di status come spiega Proglio: “In questo modo, chi era arrivato nel dopoguerra subentra ai piemontesi nella gestione dei banchi di frutta e verdura e delle attività alla Tettoia dell’Orologio, dando vita a una prima grande “sostituzione” di proprietari che racconta già da sola una storia di mobilità sociale legata al mercato”.
Anni ottanta e novanta: nuovi attori
A partire dagli anni Ottanta e Novanta, lo stesso processo si ripete con protagonisti diversi. “Le nuove migrazioni dal Marocco, dall’Albania e da altri Paesi nordafricani e mediterranei iniziano a rilevare i banchi dagli imprenditori meridionali che, a loro volta, li avevano acquistati dai piemontesi. Ne emerge una stratificazione: i primi migranti interni cedono il passo ai migranti esterni, che spesso hanno iniziato come dipendenti o facchini e, dopo anni di lavoro, riescono ad acquistare l’attività”.
Gabriele Proglio
“Oggi - spiega Proglio - è normale che per ogni tipo di lavoro ci siano capi montatori di nazionalità differenti con squadre composte da connazionali o da lavoratori provenienti da aree specifiche”. Il lavoro stesso, insomma, si organizza secondo reti migratorie e appartenenze comunitarie.
La geografia interna del mercato riflette questa composizione. “Nella parte aperta, quella della frutta e verdura all’aria aperta, la presenza di lavoratori e imprenditori originari del Nord Africa – in particolare Marocco, Tunisia, Egitto – è molto alta e si vede nei banchi che animano la piazza ogni mattina”. Nel mercato dei contadini, invece, “resiste una forte componente italiana, legata all’idea di chilometro zero e alla produzione proveniente dalle periferie e dall’hinterland torinese”.
L’intraprendenza cinese: anche produttori
Nel mercato dei contadini “sta emergendo una trasformazione particolarmente interessante: alcuni banchi sono gestiti da produttori cinesi, che coltivano e vendono, tra le altre cose, verdure come il pak choi, portando sui banchi prodotti legati alle abitudini alimentari delle proprie comunità e aprendo un nuovo capitolo nella relazione tra immigrazione cinese e agricoltura locale. Fenomeni simili sono segnalati anche in altre città italiane, come Firenze e Bologna, a conferma del fatto che la presenza cinese nell’orticoltura non è episodica ma parte di un trend nazionale”.
Sempre nel mercato dei contadini compaiono banchi gestiti da persone provenienti dalla Romania: “In particolare dalla Transilvania, che vendono miele e derivati, insaccati e formaggi, mostrando come l’Est Europa, più che nell’ortofrutta, entri per ora soprattutto attraverso prodotti trasformati. Per quanto riguarda invece l’ortofrutta in senso stretto, la preminenza resta quella dell’area italiana e nordafricana”.
Nuovi fruttivendoli, nuovi prodotti
Le migrazioni non trasformano solo la mappa della nazionalità dei lavoratori, ma cambiano concretamente anche l’offerta e i prodotti presenti sui banchi. Proglio cita la menta marocchina “utilizzata per il tè, spesso importata perché il clima torinese non sempre consente una coltivazione adeguata, e le varietà specifiche di peperoncini e peperoni impiegate per piatti come il cous cous o altre preparazioni tunisine, che arrivano in Italia e cominciano a essere riconoscibili”.
Una sorta di quarta gamma etnica, cioè ingredienti orientati a ricette precise, già identificati come componenti di una cucina d’origine. “A questi si affiancano verdure particolari utilizzate per piatti tunisini, che richiedono ortaggi specifici importati e non ancora coltivati in zona, e frutti come avocado e mango, spesso d’importazione, che incontrano l’interesse sia delle comunità provenienti dall’America Latina e dall’area mediterranea, sia di un pubblico italiano sempre più curioso e aperto a nuove abitudini alimentari”.
I punti di forza del mercato all'aperto
Sul piano dei consumi, negli ultimi vent’anni l’ortofrutta è stata progressivamente assorbita, una quota importante, dalla grande distribuzione organizzata. Eppure, sottolinea Proglio, Porta Palazzo mantiene una forza particolare. “Da un lato, per molti prodotti i prezzi risultano simili o persino inferiori a quelli dei supermercati, pur senza la grande macchina logistica della Gdo. Dall’altro lato, per chi ha un background migratorio, il mercato non è semplicemente un luogo dove comprare frutta e verdura: è uno spazio di ritrovo, un nodo di relazioni, un punto di contatto con connazionali e altre diaspore, un ambiente dove circolano informazioni, lavoro, opportunità e memorie condivise. In questa chiave, la concorrenza con la Gdo non si gioca solo sul prezzo al chilo, ma sulla capacità del mercato di rimanere uno spazio sociale, culturale e simbolico non replicabile tra gli scaffali di un ipermercato”.
Banchi ma anche negozi
Guardando al futuro, Proglio individua due possibili traiettorie destinate a incidere ancora sull’ortofrutta di Porta Palazzo. La prima riguarda l’arrivo e “la progressiva strutturazione delle comunità provenienti da Bangladesh e Pakistan, che hanno già iniziato ad aprire negozi di alimentari e ortofrutta nelle vie intorno al mercato, ad esempio lungo corso Giulio Cesare, e che con ogni probabilità, nel tempo, potrebbero entrare con maggiore forza anche nel cuore della piazza con banchi propri”.
Ricordiamo a proposito un’esperienza bolognese con più negozi e un box al mercato all’ingrosso. La seconda è legata agli accordi commerciali internazionali: “In particolare al Mercosur con l’America Latina, che potrebbe modificare in modo significativo origine, prezzi e volumi dei prodotti ortofrutticoli importati. Un nuovo quadro di regole commerciali”.
In questo senso Porta Palazzo, come mostra il lavoro di Proglio, non è solo un luogo dove si compra e si vende cibo, ma una lente attraverso cui leggere la città di Torino, la composizione e i mutamenti della società, le forme concrete che assumono le migrazioni e le identità culturali nello spazio urbano. Il mercato più grande d’Europa diventa così, ogni giorno, “un palcoscenico collettivo” in cui migliaia di persone, prodotti e storie danno forma a un racconto continuo fatto di frutta, verdura, spezie, lingue e memorie.