In reparto potremmo presto scegliere tra i pomodori di Shell, i cavoli di Eni (oppure Plenitude dal ramo rinnovabili) o, dal fruttivendolo, chiedere se sono arrivati i piselli di Enel o il kiwi giallo iGreen System/Canova.
Sembra fanta‑ortofrutta, ma lo è solo in parte. Queste referenze energetico‑orticole non esistono come marchi sugli scaffali, ma sono reali: vengono coltivate davvero sotto gli impianti di alcuni dei grandi operatori dell’energia. Significa che, nonostante le resistenze di comitati locali, associazioni e amministratori, i big dell’energia stanno entrando nella produzione agricola, sostenendola o integrandola direttamente.
È l’effetto dell’agrivoltaico, un modello che la legge italiana riconosce e regola imponendo di preservare almeno l’80% della coltivazione agricola e di garantire ogni anno una relazione agronomica che certifichi la continuità delle colture.
Referenze agricole ed energetiche?
Accade così che multinazionali nate nel petrolio, come Shell, oggi investano in energie pulite e agricoltura. Per installare pannelli fotovoltaici sui terreni agricoli non basta produrre energia: bisogna coltivare, e coltivare bene perché in caso contrario si rischia un danno reputazionale.
Per la filiera ortofrutticola la domanda è inevitabile: se questi player gestiscono decine, se non centinaia, di ettari coltivati, diventeranno anche protagonisti del mercato? Vedremo prodotti agricoli brandizzati Shell o partnership strutturate con aziende agricole? E un cavolo coltivato sotto i pannelli diventerà un valore aggiunto? Il futuro è ancora da interpretare, ma il presente è già qui: l’agrivoltaico esiste, produce energia e continua a coltivare insieme a noi.
Shell è già in campo, due impianti per 60 ettari totali
In questo scenario si inseriscono i primi due impianti agrivoltaici inaugurati da Shell in Italia, gli altri brand li abbiamo citati come scenario, entrambi in provincia di Rovigo, uno a Loreo e l’altro tra Canda, Castelguglielmo e San Bellino. L’impianto di Canda ha una capacità di produzione energetica equivalente al fabbisogno di 18mila famiglie. Accanto alla produzione energetica prosegue quella agricola, con circa 25 ettari coltivati a rotazione tra frumento, soia, erba medica, orticole come il pomodoro, crucifere come cavoli e verze, e leguminose da granella come piselli e fagioli, secondo la relazione agronomica sviluppata con l’Università di Padova.
A Loreo, il progetto Marco Polo Solar 2 soddisfa il consumo medio di 23mila famiglie. Anche qui l’impianto è stato progettato per consentire la coltivazione di circa 37 ettari, seminati a frumento, soia ed erba medica, sempre con il supporto scientifico dell’Università di Padova. Peccato in questi terreni non c'è ortofrutta.
Per massimizzare la convivenza tra agricoltura e fotovoltaico, entrambi gli impianti presentano un’interfilare di circa 8 metri e un’altezza da terra di 3 metri quando i pannelli sono in posizione orizzontale, così da permettere il passaggio dei mezzi agricoli. L’impatto visivo è mitigato da filari alberati lungo il perimetro, che aumentano biodiversità e qualità del suolo.
Un mercato con referenze orto-energetiche
Il quadro che emerge è quello di un settore agricolo che cambia pelle, affiancato da operatori energetici globali che non si limitano a installare pannelli, ma entrano nei campi, nelle rotazioni colturali e nelle economie locali. Il cavolo coltivato sotto i pannelli diventerà un plus? Il mercato lo dirà. Intanto, nei campi di Rovigo, il futuro ha già iniziato a crescere.