Dopo la legge regionale sulle mandorle, che ha destinato 15 milioni al settore, in Sardegna arriva una nuova proposta normativa per sostenere la pistacoltura, con oltre 2 milioni da investire per far decollare questa coltura. La proposta, approdata in Consiglio regionale, è firmata dal gruppo politico di Fratelli d’Italia.
Un progetto ambizioso
A leggere gli obiettivi, appare chiaro che si tratta di un progetto ambizioso. I promotori della norma e dei finanziamenti spiegano la proposta con la necessità di affrancare la Sardegna dalle importazioni estere, diversificare le produzioni agricole e trasformare la macchia mediterranea in una risorsa economica ad alto valore aggiunto. Sono questi i risultati attesi dalla proposta di legge, articolata in undici articoli, che punta a favorire la promozione, la sperimentazione e lo sviluppo della coltivazione del pistacchio.
Il ruolo del lentisco grazie all'affinità botanica
Il consigliere Luigi Rubiu del partito di Giorgia Meloni, primo firmatario della norma, basa la sua proposta sul lentisco, una degli elementi più caratteristici della macchia mediterranea sarda.
"La Sardegna possieda un potenziale agronomico naturale finora inespresso. Il pistacchio condivide infatti una stretta affinità botanica con il lentischio, pianta simbolo del paesaggio sardo. Ciononostante, a fronte di realtà come la Sicilia che contano circa 3.500 ettari dedicati, la Sardegna registra ad oggi una presenza di coltivazioni pressoché pari a zero, costringendo il mercato locale a importare la quasi totalità del fabbisogno dalla Penisola o dal mercato internazionale". Il consigliere parla di 30mila tonnellate di pistacchio importate nell'isola.
I punti deboli della proposta: forte concorrenza dai grandi produttori internazionali
Come emerge dal confronto con i grossisti dei mercati all’ingrosso italiani, il pistacchio nazionale resta marginale, soprattutto per ragioni di prezzo e per una conformità del prodotto che non sempre risponde alle attese del mercato. Una dinamica analoga si registra a livello europeo: nel primo trimestre del 2026 l’Ue ha importato 47.580 tonnellate di pistacchi e l’Italia è il secondo importatore, con una quota pari al 21% del totale. In sostanza, quasi il 90% dei pistacchi consumati nel nostro Paese proviene dagli Stati Uniti, con una quota minore dalla Turchia e dall’Iran, da cui le importazioni risultano in forte calo a causa della guerra.
Nonostante la domanda in forte crescita - industria dolciaria, gelateria, pasticceria - le superfici coltivate sono molto ridotte, la produzione è concentrata quasi solo in Sicilia con il rinomato prodotto di Bronte e soprattutto le rese sono inferiori rispetto ai grandi produttori internazionali. In questo contesto non è facile trovare praticamente da zero un mercato. Sicuramente non quello di massa dove il prezzo è il driver principale. Un prodotto di qualità potrebbe trovare una sua collocazione, ma ancora il prodotto non esiste.
L'affinità con il lentisco
La forza della proposta risiede nella affinità con il lentisco e in effetti in Sardegna non mancano coltivatori che stanno sperimentando questa soluzione che condividono in un gruppo social. C'è chi sottolinea che "gran parte dei Pionieri del Pistacchio in Sardegna ha maturato la conoscenza delle difficoltà che si incontrano con il portainnesto Lentischio, quindi alcuni di questi pionieri hanno impiantato il Terebinto o Ucb1 è l'acronimo di University California of Berkeley". La questione è molto tecnica e divide e polarizza il confronto all'interno della stessa comunità.
La città de pistacchio e i 500 posti di lavoro
Secondo i promotori, la nascita di una filiera sarda del pistacchio permetterebbe di rafforzare il reddito nelle aree rurali e di creare centinaia di nuovi posti di lavoro. Si parla di ben 500 posti di lavoro. Non pochi. Naturalmente bisogna far decollare la filiera e servono competenze prima e promozione dopo. Ma su questo tema già si propone una Città del Pistacchio.
Queste le lodevoli intenzioni, ma bisogna prima superare l'appuntamento in consiglio regionale.