La recente giornata dedicata all’integrazione tra Osas e Agrintesa ha offerto molto più di un semplice annuncio industriale. Ha riportato al centro la storia della cooperativa che in Calabria ha fatto innovazione quando parlare di cooperazione non era affatto scontato. E ha mostrato come quel percorso, nato 60 anni fa nella piana di Sibari, possa oggi aprirsi a una nuova fase grazie alla fusione in Agrintesa.
A raccontarlo a myfruit.it è l'ex presidente e oggi consigliere di Agrintesa, Luigi Nola, che ripercorre l’origine della cooperativa e il significato di una scelta che, nel contesto calabrese del dopoguerra, fu quasi pionieristica.
Una scelta pionieristica nel dopoguerra calabrese
Osas è nata nel 1962 a Spezzano Albanese con 14 soci, in un territorio frammentato dalla polverizzazione fondiaria e povero di strumenti per fare impresa. L’idea era chiara: ricostruire dimensioni aziendali sostenibili non attraverso l’acquisto della terra, ma attraverso la cooperazione. Un’intuizione che nasceva dalla volontà di trasformare un’agricoltura povera e dispersa in un sistema capace di produrre reddito, lavoro e prospettive.
“Il vero miracolo non è stata tanto l’innovazione tecnica, ma l’aver raggiunto risultati importanti attraverso la forma cooperativa, in una terra dove la diffidenza verso il lavoro collettivo era fortissima”, spiega Nola. In Calabria, infatti, la cooperazione non era un automatismo culturale: piuttosto, una scelta controcorrente, sostenuta da una visione familiare e imprenditoriale che guardava al modello emiliano-romagnolo come a un riferimento da imitare e adattare.
La storia di Osas è anche una storia di agricoltori che hanno scelto di studiare, osservare, portare competenze nuove in un territorio che aveva bisogno di passare dal pascolo alla frutticoltura.
Il primo nucleo familiare, racconta Nola, nasce da una tradizione agricola e zootecnica già forte, con figure come il nonno, manager di una grande azienda storica calabrese, e come il padre e lo zio (con studi in economia e agraria) che hanno aiutato a dare forma a un progetto imprenditoriale fuori dall’ordinario.
Le prime aziende acquistate e convertite alla frutticoltura, i primi pescheti, il lavoro sulle cultivar, e poi l’arrivo di tecnici emiliani e di maestranze specializzate dalla Romagna hanno fatto il resto, costruendo un modello che non è solo produttivo, ma anche organizzativo e culturale.
“Agli inizi non era scontato pensare già a una cooperativa, soprattutto in Calabria - ricorda il presidente di Osas - Ma la cooperazione era l’unico modo per dare forza ai produttori, per superarli individualmente e per costruire una massa critica vera”. Un modello che, col tempo, si è rivelato decisivo anche per tenere insieme produttori, lavoratori e territorio.
La cooperativa ha infatti investito in strutture, ha trasferito il proprio baricentro operativo a Castrovillari quando la logistica su gomma ha superato la centralità della ferrovia, ha ampliato la base sociale e ha creato occupazione in un territorio che offriva poche alternative.
La fioritura dei kiwi
Cooperazione come presidio di legalità e sviluppo territoriale
Nel racconto di Nola c’è un punto che oggi più che mai risulta molto attuale: la cooperazione come presidio di legalità. Osas ha sempre cercato di tutelare i soci e i lavoratori, di evitare speculazioni, di costruire rapporti corretti con le maestranze e con le loro rappresentanze sindacali. Un lavoro sviluppatoin un’area che, proprio grazie alla presenza di un’impresa agricola organizzata, ha potuto tenere lontane dinamiche più opache e più fragili.
“Quando ci sono tanti lavoratori, tante famiglie, rapporti con sindacati, forze dell’ordine e istituzioni, la comunità si struttura meglio e diventa più difficile per altri soggetti inserirsi in modo improprio”, osserva Luigi Nola.
Il passaggio con Agrintesa si inserisce dentro questa bella storia, non come rottura ma come evoluzione naturale.
L’integrazione, infatti, non cambia la logica di fondo: semmai la rafforza. “La strada era tracciata dal 1962 - conferma - Per noi la cooperazione è nel Dna. E oggi, con Agrintesa, troviamo una continuità di valori e una complementarità reale delle produzioni”.
Ed è proprio qui il punto più interessante dell’operazione: non sovrapporre i territori, ma metterli in dialogo. Le pesche calabresi arrivano in finestre diverse rispetto ai calendari emiliano-romagnoli, le produzioni di agrumi, kaki, kiwi e le nuove varietà permettono di costruire una proposta più ampia e più equilibrata, capace di servire il mercato lungo tutto l’arco dell’anno.
Complementarietà e nuove opportunità per i giovani
La parola chiave, nella lettura di Nola, è complementarietà: “Noi raccogliamo le pesche a maggio, quando in Emilia-Romagna si lavora su altre produzioni. A luglio si chiude la nostra campagna mentre altrove si entra nel pieno della raccolta”.
Lo stesso ragionamento vale per il progetto Ondine e per le nuove cultivar che hanno aiutato la cooperativa a ripensare il proprio portafoglio produttivo dopo le crisi che hanno colpito pesche e nettarine, tra sovrapproduzione, embargo russo e cambiamenti climatici. La diversificazione non è stata una moda, ma una necessità per continuare a stare sul mercato e garantire reddito ai soci.
Le nettarine Ondine
Un altro passaggio importante riguarda il rapporto con il lavoro e con le persone del territorio. Osas ha sempre coinvolto famiglie locali, lavoratori di Altomonte, Castrovillari, Spezzano e dei comuni vicini, costruendo un sistema di relazioni che ha fatto della cooperativa un soggetto economico ma anche sociale. E qui l’integrazione con Agrintesa può aprire una fase nuova, soprattutto per i giovani.
“Oggi ci sono più opportunità”, continua Nola spiegando come la presenza di una struttura cooperativa forte, di un accesso al credito più credibile e di partner solidi possa rendere più attrattivo il settore anche per le nuove generazioni.
Non è un tema secondario. In Calabria, come in molte altre aree agricole italiane, il ricambio generazionale ha sofferto la mancanza di reddito, di prospettive e di servizi. Per questo la cooperazione, se ben strutturata, può tornare a essere un fattore di attrazione e di stabilità. Non solo perché offre mercato, ma perché consente di investire, di innovare e di non restare soli.
Ecco perché la storia di Osas non è solamente una storia del passato. È una storia di radici profonde che oggi trovano, in e con Agrintesa, una nuova possibilità di sviluppo. Una partnership che, nelle parole di Nola, ha senso proprio perché riconosce il valore di un territorio che non ha mai smesso di credere nell’agricoltura come motore di crescita. “Abbiamo sempre pensato che questo fosse un territorio vocato per l’agricoltura - conclude Luigi Nola - Se siamo arrivati fin qui è perché abbiamo continuato a investire, a innovare e a stare insieme”.
È una lezione che vale oltre la vicenda di Osas. In un’area come la Calabria, dove troppo spesso si è rincorso un modello di sviluppo estraneo alla propria vocazione, la cooperazione ricorda una verità semplice: il futuro si costruisce meglio quando le radici sono forti. E oggi, con Agrintesa, quelle radici sembrano avere un terreno ancora più ampio in cui crescere.