L’Italia scende in campo con un nuovo simbolo per il settore biologico, nato con l’obiettivo di valorizzare i prodotti realizzati con materie prime italiane e di dare ai consumatori una chiara indicazione di origine e qualità.
Dopo anni di dibattito e attese, la Conferenza Stato–Regioni ha dato il via libera al decreto sul Marchio Biologico Italiano, un passo che viene letto dagli operatori come uno strumento chiave per sostenere la filiera nazionale in un mercato in forte espansione.
I dati più recenti dell’Osservatorio Sana dimostrano quanto il biologico sia un comparto vitale per l’agroalimentare italiano: nel 2025 le vendite di prodotti biologici a consumo domestico sono aumentate del 6,2%, raggiungendo 5,5 miliardi, e se si somma anche il fuori casa il valore complessivo supera i 6,8 miliardi, con un export vicino ai 3,9 miliardi.
Cos’è il Marchio biologico italiano
Il Marchio biologico italiano è stato concepito come uno strumento nazionale aggiuntivo al già noto logo biologico dell’Unione Europea (Euro‑leaf). La legge che lo ha istituito risale al 9 marzo 2022, ma è solo oggi che, grazie all’intesa in Stato–Regioni, si avvia il percorso formale verso la sua entrata in vigore.
Si tratta di un simbolo volontario, riservato agli operatori biologici con certificazione valida e con sede legale e produttiva nell’Unione Europea. Il decreto ora notificato al sistema TRIS dell’Ue consentirà alla Commissione europea di esprimere osservazioni prima dell’adozione definitiva.
La novità più rilevante rispetto al logo europeo sta nella garanzia di origine nazionale delle materie prime: la normativa prevede che queste non possano essere inferiori al 95%, rafforzando così la tracciabilità e la trasparenza per il consumatore
Un valore aggiunto accanto al logo Ue
Il marchio italiano si affianca al logo europeo Euro‑leaf, ma con un valore aggiunto: identifica in modo trasparente prodotti biologici realizzati con materie prime prevalentemente italiane. Questo è un elemento rilevante in un mercato dove la domanda di trasparenza e tracciabilità è in costante crescita.
I commenti degli stakeholder
“Il via libera della Stato-Regioni – afferma in una nota il sottosegretario Masaf, Luigi D’Eramo – è un ulteriore passo verso una misura che renderà riconoscibili le nostre eccellenze, offrendo un’ulteriore garanzia ai cittadini sull’origine della materia prima e sugli alti standard di qualità e sicurezza dei prodotti biologici italiani. Un elemento innovativo che potrà contribuire a rilanciare la crescita del settore e a tutelare il lavoro degli operatori, valorizzando la produzione agricola bio del nostro Paese”.
"Il via libera al marchio biologico italiano da parte della Conferenza Stato-Regioni segna un passaggio cruciale per la tutela dell’origine dei prodotti e la valorizzazione della filiera bio nazionale - precisa Anabio-Cia - Si tratta di uno strumento strategico, una certificazione volontaria che si affianca al logo europeo sulle produzioni biologiche".
“Il marchio del biologico italiano - sottolinea il presidente di Anabio-Cia, Giuseppe De Noia - dà valore alle nostre materie prime e rafforza la trasparenza nei confronti dei consumatori, rappresentando un passo decisivo per lo sviluppo del settore. Arriva a sostenere concretamente i produttori, a garantire tracciabilità, a migliorare la competitività sui mercati esteri e a promuovere qualità e sostenibilità, nel rispetto del regolamento Ue. Soprattutto, offre ai cittadini una riconoscibilità immediata delle produzioni biologiche italiane”.
Secondo Anabio-Cia, i dati parlano chiaro, confermando una domanda in aumento: +6,2% le vendite di alimenti biologici in Italia nel 2025; 5,5 miliardi di euro il valore del mercato interno e 3,9 miliardi di euro il peso dell’export, in costante crescita. Numeri che indicano un interesse crescente dei consumatori verso prodotti sostenibili e tracciabili.
“Questo marchio - evidenzia De Noia - aggiunge un’ulteriore garanzia per chi acquista consapevolmente”.
“Confeuro accoglie con soddisfazione i recenti risultati della Conferenza delle Regioni, che ha espresso l’intesa sul decreto che definisce condizioni e modalità di attribuzione e utilizzo del Marchio biologico italiano. Si tratta di un elemento positivo e di un ulteriore, autorevole strumento di distinzione delle produzioni agroalimentari e della qualità del nostro made in Italy – dichiara Andrea Tiso, presidente nazionale Confeuro - È una conferma concreta di quanto il nostro Paese stia investendo nel biologico, nella produzione sostenibile e nella tutela dell’ambiente. In questo ambito l’Italia ha saputo fare scuola in Europa, diventando un punto di riferimento per innovazione e qualità”.
Secondo Confeuro, la valorizzazione delle eccellenze deve però andare di pari passo con una maggiore attenzione all’intero sistema produttivo nazionale: “Se da una parte è giusto promuovere i prodotti di punta – prosegue Tiso – dall’altra è doveroso monitorare con attenzione l’andamento generale della produzione agricola italiana. Un esempio emblematico è il settore dell’olio d’oliva, che nell’ultimo anno ha registrato un forte e preoccupante incremento delle importazioni dalla Tunisia".
"Questa dinamica ha generato squilibri di mercato e un abbassamento dei prezzi del nostro olio, penalizzando soprattutto i piccoli e medi agricoltori, che già percepiscono margini ridotti rispetto alla grande distribuzione organizzata. Per questo è fondamentale puntare su una maggiore produttività complessiva del sistema agricolo italiano, in particolare per quei prodotti simbolo, come l’olio d’oliva, che rappresentano autentici ambasciatori del made in Italy nel mondo. Solo rafforzando la filiera e tutelando i produttori potremo difendere davvero le nostre eccellenze e garantire un futuro sostenibile all’agricoltura nazionale”.