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24 aprile 2026

Macfrut, 12 Op insieme per un progetto di ricerca collettiva

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Non più un territorio che subisce una trasformazione, ma un ecosistema che rivendica la propria attitudine all’eccellenza. Al Macfrut 2026, il cuore pulsante dell’orticoltura mediterranea, un distretto di oltre 8.000 ettari che genera un valore di 3,8 miliardi, si presenta con una nuova veste: la fascia vocata. Questa provocazione culturale è guidata da una nuova generazione di imprenditori agricoli determinata a riscrivere le regole del settore. 

Il passaggio terminologico da fascia trasformata a fascia vocata non è un semplice esercizio di stile, ma il manifesto di una visione che mette a sistema ricerca scientifica, intelligenza artificiale e sostenibilità economica. 

La forza della rete: il cantiere delle 12 Op per lo smaltimento della fratta

Per la prima volta, il territorio non si presenta come un insieme di aziende isolate, ma come un unico corpo operativo. Ben 12 Organizzazioni di produttori hanno dato vita a un progetto di ricerca collettiva per risolvere una criticità storica: la gestione dei residui colturali (la cosiddetta fratta). 

Sotto la regia di Confagricoltura Ragusa e il coordinamento operativo di Massimo Ferraro, tecnico consulente delle Organizzazioni di produttori e dei programmi operativi, il progetto segna la collaborazione tra le Università di Catania e di Trento, il partner tecnologico Evja e Agri 2000 Net srl, che si occuperà della gestione operativa delle prove sperimentali, della messa in campo dello schema sperimentale delle differenti prove, alla raccolta di tutti i dati durante il corso delle stesse fino all’analisi dei dati rilevati durante il progetto di ricerca. 

"Abbiamo lavorato alla costruzione di una filiera integrata per affrontare il tema delle biomasse e della fratta, che troppo spesso viene percepita solo come un residuo problematico di cui sbarazzarsi - spiega Massimo Zortea, professore dell’Università di Trento, partner del progetto - Grazie alla mappatura e all'indicizzazione del fenomeno, siamo passati dalla gestione del rifiuto alla progettazione di un vero sistema di recupero. L'obiettivo è creare un soggetto imprenditoriale di tipo consorziale che sappia gestire questa risorsa con competenza scientifica, coinvolgendo direttamente i produttori in un modello di economia circolare concreto".

"In questo progetto, la tecnologia e l'analisi dei dati diventano strumenti di garanzia per l'agricoltore - spiega Davide Parisi di Evja, startup che si occupa di agricoltura di precisione - Utilizzeremo sensori di monitoraggio microclimatico e dinamometri per testare la resistenza reale dei materiali biodegradabili alle alte temperature e al carico ponderale delle colture. Questa precisione scientifica, supportata dall'Intelligenza artificiale, è indispensabile per dare alle aziende la sicurezza tecnica necessaria per abbandonare definitivamente la plastica senza rischi per la produzione".

L'innovazione del progetto si realizza attraverso la sperimentazione di tutori biodegradabili, quali fili e gancetti, progettati per sostituire le plastiche tradizionali ed eliminare i rifiuti agricoli alla radice. Questa ricerca materica è supportata dall'integrazione di tecnologie avanzate e algoritmi di Intelligenza artificiale forniti da Evja, che consentono di testare con precisione la resistenza dei nuovi materiali biodegradabili direttamente in serra e in condizioni climatiche reali. 

Il percorso verso una completa circolarità si concretizza infine nella trasformazione dello scarto in valore, guidata sia dai protocolli del Vademecum delle buone pratiche sia da iniziative come il progetto Scartami, raccontato da Elisabetta De Luca, cfo e marketing manager dell’azienda San Lorenzo, socia di Ioppì; il progetto nasce da uno studio per riciclare gli scarti vegetali di produzione, trasformandoli in una opportunità con un packaging dedicato all’ortofrutta in chiave sostenibile.

Verso un nuovo standard: il Protocollo Co2 per la serra mediterranea

In parallelo alla gestione dei residui, la nuova agricoltura siciliana sfida i modelli nordeuropei sul fronte della sostenibilità ambientale. Durante il convegno a Macfrut, è stato presentato il nuovo protocollo scientifico coordinato dall’Università Federico II di Napoli ed Evja. L'obiettivo è colmare un vuoto metodologico: gli attuali modelli di calcolo dell'impronta carbonica (Lca) sono tarati sulle serre riscaldate del nord Europa e penalizzano il modello mediterraneo, basato su luce naturale e ventilazione passiva. Il nuovo standard permetterà di fornire alla Gdo e ai consumatori finali dati primari e scientificamente validati sulla reale impronta ecologica del pomodoro siciliano restituendo una prova oggettiva della sostenibilità dei processi produttivi mediterranei. 

Al momento questo non è possibile perché gli attuali studi, come hanno spiegato Davide Parisi ceo di Evja, la startup che sta curando l’innovazione tecnologica del progetto, e Roberta Paradiso, docente di Orticultura presso l'Università Federico II di Napoli, partner del progetto, fanno riferimento a dei modelli nord europei con parametri molti diversi.

 Al contempo, questa strategia punta a trasformare l'impegno ambientale in un asset finanziario concreto attraverso il Carbon farming, permettendo alle aziende agricole di rendere leve di valore economico anche il sequestro di carbonio, tramite la generazione di crediti dal valore stimato fino a 200 euro a tonnellata. 

"Siamo davanti a una sfida complessa che richiede soluzioni altrettanto complesse- ha spiegato Roberta Tardera, responsabile marketing di Ioppì - In questo cantiere della fascia vocata, la sostenibilità diventa un generatore di valore collettivo. La gestione del residuo è ordinaria amministrazione; decidere che il valore di questa trasformazione deve restare nelle mani dei produttori e del territorio è una visione strategica dell’azienda verso il territorio".

Il brand come scelta per l’ortofrutta 

Macfrut è stata anche l’occasione per presentare ufficialmente a buyer e partner i due prodotti di punta dell’a Op di Vittoria: il cetriolo Cucù e il pomodoro datterino Culto, sviluppato in collaborazione con HM.Clause. "La scelta di dedicare una riflessione di brand ad alcuni prodotti - spiega Roberta Tardera - è nata dalla consapevolezza del valore della nostra orticoltura, ma anche dal desiderio di essere attori protagonisti nella fase di informazione del consumatore. Una scelta che ha premiato i nostri prodotti, sempre più apprezzati dal mercato italiano ed estero".


Fonte: Ioppì

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