"Ci si accorge dell'agricoltura quando manca negli scaffali", osserva Davide Vernocchi, presidente del Gruppo Apo Conerpo. Una riflessione che nasce da una situazione fortemente critica ma che paradossalmente, potrebbe contribuire a riportare l'attenzione pubblica sul ruolo strategico dell'agricoltura nell'economia nazionale.
I danni causati dallo sciopero sono importanti e possono essere pesanti per i bilanci aziendali. Cinque-sei milioni, in valore economico, di kiwi gialli già pronti per la raccolta, autorizzati dai responsabili del Club, ma ancora fermi sulle piante. Rischiano di andare persi. È una delle conseguenze più evidenti della protesta degli autotrasportatori che sta interessando il Sud Italia e che sta creando pesanti ripercussioni sul comparto ortofrutticolo.
Una campagna segnata dal clima
La campagna 2026 non deve fare i conti soltanto con i problemi logistici che si leggono nella cronaca e con il caro gasolio. A pesare sono stati anche gli effetti del clima.
Vernocchi ricorda due mesi caratterizzati da temperature costantemente elevate che hanno influito sulla pezzatura e sulla resa di alcune produzioni. Il caldo, inoltre, non ha avuto conseguenze solo sulle colture, ma anche sull'organizzazione del lavoro nei campi.
Manodopera sempre più difficile da trovare
Tra le principali criticità segnalate dalle imprese c'è la crescente difficoltà nel reperire personale qualificato. "È difficile trovare manodopera, è difficile gestirla ed è difficile sostenerne i costi", afferma Vernocchi. Le aziende investono nella formazione, nelle visite mediche obbligatorie e nelle abilitazioni necessarie all'utilizzo dei mezzi agricoli. Un percorso che richiede tempo e risorse economiche importanti. "Si investe molto sulle persone e poi spariscono", sintetizza il presidente, descrivendo una situazione che accomuna gran parte del comparto agricolo.
Il nodo del costo del lavoro
A complicare ulteriormente il quadro c'è il tema del costo del lavoro. Vernocchi evidenzia come in Emilia-Romagna il peso contributivo e fiscale sia superiore rispetto ad altre regioni italiane. "La differenza di costo tra Emilia-Romagna e Calabria arriva a circa 6 euro l'ora", spiega. Un divario che, moltiplicato per migliaia di ore lavorate durante una campagna produttiva, può tradursi in decine di migliaia di euro di differenza nei bilanci aziendali.
Il presidente ricorda che il settore ha più volte chiesto "ai governi", sottolineando l'uso del plurale, interventi per ridurre queste disparità territoriali, senza però ottenere risposte concrete.
Fitofarmaci e concorrenza internazionale
Un altro tema particolarmente sentito riguarda quello dei fitofarmaci e delle regole che disciplinano la competizione tra produzioni provenienti da Paesi diversi. Secondo Vernocchi, il confronto non dovrebbe limitarsi esclusivamente all'analisi dei residui presenti sui prodotti. Occorre invece considerare anche quali principi attivi e quali molecole siano autorizzati nei diversi Stati. "Ci si limita alle analisi, ma bisogna vedere quali principi attivi e quali molecole sono consentiti in quel Paese. È questo il fattore che fa la differenza", sottolinea. In un'annata già messa sotto pressione dai costi, dal clima e dalle difficoltà logistiche, il tema della reciprocità delle regole resta quindi centrale per garantire condizioni di concorrenza equilibrate alle aziende agricole italiane.
Segnali positivi per le pere: +18% di produzione
Adriano Aldrovandi, vicepresidente Apo Conerpo e presidente Unapera e Opera sottolinea che dopo anni segnati da gelate, fitopatie e raccolti ridotti, il comparto pericolo italiano torna a vedere una produzione più consistente: +18%. Ma il recupero dei volumi non cancella le criticità strutturali del settore. Il presidente invita a leggere i dati con prudenza: le pere ci sono, ma restano molto lontane dai livelli storici e nel frattempo gli equilibri commerciali internazionali sono cambiati.
Produzione in aumento, ma resta lontana dai livelli del passato
Secondo le stime ormai consolidate a fine campagna, la produzione nazionale registra un incremento del 18% rispetto alla media degli ultimi tre anni e del 17% rispetto al 2025. Numeri positivi, ma che non devono trarre in inganno. "Oggi l'Italia produce circa 347mila tonnellate di pere. Se guardiamo indietro di otto o dieci anni, le produzioni normali erano attorno alle 700mila tonnellate. Siamo ancora a metà strada".
Il ritorno di maggiori disponibilità consentirà tuttavia di riprendere una programmazione commerciale più strutturata sia sul mercato interno sia all'estero. "Con queste quantità possiamo tornare a servire con continuità non solo l'Italia ma anche quei mercati esteri con cui lavoravamo da anni. Possiamo programmare forniture dalla raccolta fino ai mesi invernali e primaverili, sfruttando varietà come Abate e altre particolarmente vocate alla conservazione".
I mercati esteri non sono rimasti fermi
Il recupero produttivo si scontra però con una realtà commerciale mutata negli anni delle scarse disponibilità italiane. "Quando non riesci a servire mercati importanti come Germania, Francia o Regno Unito, qualcun altro occupa quegli spazi. E spesso quei rapporti commerciali diventano stabili". A beneficiare della riduzione dell'offerta italiana sono stati soprattutto i concorrenti del Nord Europa, che hanno consolidato le proprie posizioni sui mercati internazionali. "Olanda e Belgio hanno continuato a produrre e a presidiare i mercati. Tornare a recuperare quelle quote non sarà semplice".
La leva su cui il prodotto italiano può continuare a puntare resta quella della qualità.
"Le nostre pere hanno caratteristiche organolettiche superiori, anche grazie alle condizioni climatiche e alla maggiore insolazione. È su questo valore distintivo che dobbiamo continuare a lavorare". Negli anni della crisi produttiva il settore non è rimasto fermo sul fronte della promozione. Aldrovandi rivendica il lavoro svolto sul marchio Opera, ormai riconosciuto dai consumatori più affezionati alle pere, e il percorso di valorizzazione legato all'Indicazione geografica protetta. "Abbiamo investito molto sia sul marchio sia sul legame con il territorio. Sul progetto Igp abbiamo trovato un importante supporto della Regione Emilia-Romagna, che ha sostenuto concretamente le attività di valorizzazione". L'attività promozionale continuerà anche nella nuova campagna con iniziative prima e dopo Natale.
La nuova sfida è conquistare i giovani
La strategia di comunicazione sta però cambiando. L'obiettivo non è più soltanto raggiungere il grande pubblico attraverso i mezzi tradizionali, ma parlare direttamente ai consumatori nei punti vendita. "Vogliamo spostarci sempre più verso il contatto diretto con il consumatore e utilizzare linguaggi più vicini ai giovani".
L'idea è quella di cambiare anche la percezione del frutto.
"Per troppo tempo la pera è stata associata a un consumatore anziano e a un prodotto da mangiare seduti a tavola. Dobbiamo raccontare che è un frutto adatto anche a chi fa sport, va a scuola oppure cerca uno snack sano durante la giornata". Per questo nella nuova campagna sarà coinvolto anche un testimonial proveniente dal mondo dello sport.
William e Abate trainano la campagna
Sul piano commerciale, le indicazioni provenienti dalle varietà principali sono incoraggianti. Le pere estive hanno incontrato maggiori difficoltà di mercato, complice l'abbondante disponibilità di altra frutta stagionale, mentre per William e Abate la situazione appare più favorevole. "Si tratta delle varietà che ci distinguono a livello internazionale e che rappresentano circa il 75% della produzione. Il mercato è partito bene e la programmazione sembra procedere in modo soddisfacente". Le aspettative sono quelle di una campagna discretamente remunerativa, anche se il vicepresidente invita alla cautela.
Prezzi discreti, ma i costi continuano a crescere
L'aumento dei volumi porterà inevitabilmente a quotazioni medie inferiori rispetto agli anni eccezionali caratterizzati da scarsità di prodotto. "Negli anni delle produzioni molto limitate vendevamo soltanto ai clienti disposti a riconoscere prezzi elevatissimi. Oggi, con una disponibilità più vicina alla normalità, dobbiamo tornare a servire una platea più ampia e quindi il prezzo medio si riduce". A incidere sulla redditività sono inoltre i costi di produzione, dalla manodopera all'energia, senza dimenticare la crescente complessità gestionale delle aziende agricole. "Anche quando produzione e prezzi sono discreti, la redditività non cresce nella stessa misura perché i costi continuano ad aumentare".