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09 marzo 2026

Hormuz riapre ma nessuno si fida: navi ferme e carburanti su

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Lo Stretto di Hormuz è stato formalmente riaperto, ma nella pratica la navigazione resta fortemente limitata. A oltre una settimana dall’inizio della crisi, i transiti si attestano intorno a un milione di tonnellate di portata lorda al giorno, contro gli oltre dieci milioni registrati prima del conflitto. Il che, tradotto in cifre, significa un calo di circa l’81 per cento.

Il motivo principale non è soltanto politico o militare. Le principali compagnie assicurative internazionali continuano infatti a negare la copertura per il rischio guerra. Senza assicurazione, per gli armatori attraversare lo stretto resta economicamente e legalmente quasi impossibile.

Il risultato è uno scenario inedito: centinaia di navi ferme nel Golfo Persico o in attesa al largo del Golfo di Oman, mentre lo snodo energetico più importante del pianeta rimane di fatto paralizzato.

Navi ferme e rotte che cambiano

Le conseguenze si stanno riflettendo rapidamente sui mercati energetici. Tra le navi bloccate figurano anche diverse metaniere, con un impatto diretto sulle forniture di gas naturale liquefatto dirette verso l’Europa.

Secondo diverse fonti, alcune gasiere che inizialmente erano dirette verso porti europei stanno cambiando rotta verso altri mercati più remunerativi, in particolare asiatici. A oggi almeno tre navi - ma potrebbero essere di più - hanno modificato la rotta. 

Il fenomeno riflette la crescente competizione tra Europa e Asia per accaparrarsi le forniture disponibili in un momento in cui il Qatar ha sospeso la produzione di Gnl a causa della guerra.

Il bluff delle “navi cinesi”

Nel caos operativo dello stretto emergono anche episodi singolari. Poiché Teheran ha dichiarato che non ostacolerà le navi di Paesi considerati amici – Cina in primis – alcuni armatori stanno provando a sfruttare la situazione alterando i dati dei transponder.

Il che vuol dire che, secondo fonti del settore, diverse navi sarebbero riuscite ad attraversare lo stretto dichiarandosi falsamente di proprietà cinese. Tra i casi citati c’è il mercantile carico di zucchero grezzo battente bandiera delle Isole Marshall, che avrebbe modificato temporaneamente i dati di identificazione per transitare senza problemi.

Ma non sarebbe un caso isolato. 

Guerra elettronica e navigazione nel caos

A complicare ulteriormente la navigazione c’è la guerra elettronica. Dall’inizio del conflitto sono state registrate almeno 3.500 interferenze sui sistemi Gps e Ais delle navi.

Il jamming altera i segnali di localizzazione e può far comparire le navi in luoghi impossibili, come aeroporti o centrali nucleari. In queste condizioni gli armatori stanno perfino chiedendo di spegnere i sistemi di tracciamento per evitare collisioni o errori di navigazione.

Un sistema di dissuasione che, secondo diversi analisti, si sta rivelando efficace quanto i missili nel tenere sotto scacco l’area.

Petrolio oltre i 100 dollari e gasolio verso i due euro

La tensione nello Stretto si riflette direttamente sui mercati energetici globali. Oggi (9 marzo) il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile: circa 105 dollari per il Brent e 103 per il Wti, con alcune previsioni che indicano possibili livelli fino a 118-120 dollari.

Anche il gas naturale registra forti rialzi: il prezzo dei futures Ttf olandesi, riferimento per l’Europa, ha raggiunto i 62 euro per megawattora. Il blocco di Hormuz pesa infatti su un corridoio attraverso cui normalmente transitano circa il 20% del petrolio mondiale e quasi il 19% del gas naturale liquefatto.

Gli effetti si stanno facendo sentire anche nei distributori italiani. Il prezzo medio nazionale del gasolio rilevato sfiora ormai i due euro al litro, con una media di 1,971 euro.

Le punte più alte si registrano nella Provincia autonoma di Bolzano (2,008 euro), seguita da Calabria e Provincia autonoma di Trento (1,993 euro). Le regioni con i prezzi più bassi risultano invece Abruzzo, Marche e Umbria.

“Il rincaro improvviso del carburante si traduce quindi in un immediato aumento dei costi di produzione, stimato tra l’8 e il 10 per cento - ha dichiarato Pietro Caggiano, presidente della Sezione Vivai di Assosementi -  I nostri vivai stanno lavorando per garantire le forniture necessarie all’avvio della filiera del pomodoro da industria nazionale, che vale circa 5 miliardi di euro. Le aziende vivaistiche hanno il compito di trasformare il seme in pianta pronta per i trapianti programmati dalle organizzazioni dei produttori, svolgendo quindi un ruolo fondamentale per l’intera filiera”. 

Secondo Coldiretti, che ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e alla Guardia di Finanza per chiedere di fare piena luce sulle possibili manovre speculative sul prezzo del gasolio agricolo, si tratta di un incremento anomalo e sproporzionato rispetto all’andamento generale del mercato dei carburanti. 

Una dinamica che, secondo l’organizzazione agricola, non trova apparente giustificazione nelle variazioni dei prezzi internazionali né nell’andamento del mercato dei carburanti, e che per l’ampiezza del fenomeno lascia ipotizzare condotte speculative realizzate su larga scala, in un settore – quello dei carburanti – caratterizzato da una forte capacità di influenza reciproca tra operatori.

Il gasolio agricolo, ha ricordato Coldiretti, rappresenta infatti un fattore produttivo essenziale e non sostituibile per l’attività delle imprese agricole.

L’aumento sta mettendo sotto pressione il settore dell’autotrasporto, come ha rilevato myfruit.it nei giorni scorsi.

Energia e logistica sotto pressione

La crisi nello stretto di Hormuz sta quindi generando una reazione a catena che va ben oltre il traffico marittimo. La riduzione delle forniture energetiche, la competizione per il Gnl e l’aumento dei costi di trasporto stanno già colpendo l’economia europea.

Se la situazione non dovesse normalizzarsi rapidamente - il che è quasi certo - gli effetti potrebbero estendersi dalla logistica all’industria.

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