Frutta a guscio ed essiccata

27 aprile 2026

Frutta a guscio? Serve innovazione

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Parola d’ordine innovazione: il mondo della frutta a guscio italiana riflette su se stessa, trovando carenze da colmare, ma anche molteplici punti di forza e potenzialità. Ottimismo dunque, ma anche la consapevolezza che la strada da perseguire mescola ricerca, tecnologia, agricoltura di precisione, pratiche sostenibili ed economia circolare

Su questi elementi si è concentrato il recente incontro promosso dall’Accademia dei Georgofili in collaborazione con il Conaf sul tema Frutta a guscio: aspetti agronomici e della meccanizzazione

Al centro del dibattito nocciole, mandorle, pistacchi, castagne e carrube con il ruolo passato, presente e soprattutto futuro nell'economia dei territori. Perché, per mantenere la competitività sul mercato, bisogna garantire produzione stabile, qualità del prodotto e redditività, ripartendo dal campo, dalle cultivar e dalle tecniche produttive, consapevoli della tradizione ma con lo sguardo puntato dalle possibilità offerte oggi dalla ricerca. 

Castagneti, verso una gestione mirata

Prendendo atto della contrazione della castanicoltura, Gabriele Loris Beccaro, dell’Università di Torino, ha sottolineato come il castagneto oggi non possa prescindere da una gestione consapevole e specializzata, con pratiche mirate e continuative, che vada oltre il concetto del semplice bosco. La produzione tradizionale faceva leva su conoscenze tecniche diffuse e una costante cura agronomica. Ma il loro venir meno ha lasciato spazio a una perdita di produttività e all'aumento delle problematiche fitosanitarie. Centrale dunque oggi il ruolo dell’innovazione tecnica sia nei nuovi impianti che per il recupero degli esistenti. 

Per Beccaro il futuro del castagneto da frutto dipende dalla capacità di riportare al centro la gestione agronomica con un approccio moderno che possa garantirgli un ruolo attivo nel paesaggio e nell’economia rurale. 

Mandorle, coniugare efficienza e sostenibilità

Sulla stessa linea anche l’intervento di Salvatore Camposeo e Francesco Maldera, dell’Università di Bari, dedicato alle prospettive future della mandorlicoltura italiana. Per i due studiosi, queste sono strettamente legate allo sviluppo di sistemi colturali in grado di coniugare efficienza e sostenibilità, grazie anche all'integrazione di innovazioni genetiche e agronomiche che vanno condivise lungo tutta la filiera, al fine di migliorare competitività e redditività del comparto. 

Pistacchio, si guarda a nuovi areali

Sotto la spinta delle richieste di mercato, si sta valutando la possibilità di ampliare la coltura del pistacchio in nuovi areali. Come ha evidenziato Francesco Paolo Marra, dell’Università degli Studi di Palermo, il passaggio da un modello tradizionale a uno moderno comporta la necessità di bilanciare l’incremento della produttività con il mantenimento della qualità. 

In questo contesto, risulta fondamentale conoscere le potenzialità degli areali e scegliere la cultivar di conseguenza. Mettendo a confronto le cultivar usate negli Stati Uniti con la Bianca, la più diffusa in Italia, si evidenzia una netta differenza tra quantitativi prodotti per ettaro: tra le 2,5 e le 3,9 tonnellate per la prima e tra 0,8 e 1,6 per la seconda. 

In prospettiva si intravede una crescente diffusione di sistemi intensivi e sostenibili, dove una gestione sempre più precisa ed efficiente delle risorse è elemento chiave per il successo. Importante il ruolo dell'irrigazione: anche piccole quantità possono risultare determinanti. 

Carrubo, una straordinaria multifunzionalità

La filiera del carrubo in Italia è stata al centro delle riflessione di Stefano Giovanni La Malfa, dell’Università di Catania, e Francesco Maldera, dell’Università di Bari con l’obiettivo di costruire una filiera del carrubo in tutta Italia e spingere per una produzione dall'approccio più moderno. Oggi la superficie è di circa 5.500 ettari, quasi tutti in Sicilia, ma l’obiettivo è di ampliarne le possibilità. Dei carrubeti pilota sono stati realizzati in Salento. Straordinaria la multifunzionalità del prodotto nel panorama produttivo, compresa la possibilità di utilizzo per la creazione di creme.

Tante tuttavia anche le criticità: carenza di conoscenze sulla coltura, lungo periodo improduttivo, scarsa diffusione di impianti specializzati e limitata innovazione nella gestione agronomica. Fondamentali pertanto interventi coordinati lungo tutta la filiera, dalla selezione varietale fino alla trasformazione industriale. 

Nocciole, comparto strategico

Come la corilicoltura può rispondere alle esigenze di sostenibilità, qualità e redditività del settore? Negli ultimi 15 anni superfici cresciute fino ai circa 95mila ettari attuali. Le criticità non sono state nascoste: patogeni e cambiamento climatico hanno portato ad annate molto variabili. Migliorare la competitività sul mercato passa dunque anche dalla ricerca di una maggiore stabilità in campo. L'argomento è stato affrontato da Roberto Botta, dell’Università di Torino, e Valerio Cristofori, dell’Università degli Studi della Tuscia.

In campo, la ricerca è indirizzata alla valutazione di nuove cultivar che permettano di ottenre elevata produttività, qualità e adattabilità agli ambienti di coltivazione. Tra gli obiettivi, la resilienza degli impianti, in grado di tollerare gli stress idrici e termici e di contenere la diffusione dei patogeni. 

Dal punto di vista tecnologico, si punta a migliorare alcuni parametri della nocciola quali la resa alla sgusciatura e l’omogeneità dei calibri del seme, aspetti determinanti per l’industria dolciaria.

L’incontro è stato chiuso da Felice Napolitano e da Antonio Capone del Conaf che hanno puntato l’attenzione sul valore strategico del comparto, su sistemi produttivi più resilienti, sostenibili e competitivi nel lungo periodo come risposta alle sfide poste dal cambiamento climatico sottolineando come la risposta non stia in un singolo intervento ma in un sistema integrato che comprende, tra le altre cose, l'ottimizzazione delle risorse idriche, la tutela del suolo, la selezione di cultivar più tolleranti agli stress. Economia circolare e tecnologia dunque sempre più centrali per la gestione dei corileti. 

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