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04 febbraio 2026

Berlino, il punto sull'export di ortofrutta made in Italy

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Il mercato internazionale è complesso e altamente competitivo, ma le imprese italiane dell’ortofrutta non rinunciano all’ambizione di portare i propri prodotti nei mercati a più alto reddito. Per riuscirci, però, è indispensabile partire da un’analisi lucida e critica dei punti di debolezza del sistema. E soprattutto tradurre in pratica un concetto evocato da anni, ma ancora difficile da concretizzare: fare sistema.

È quanto emerso dalla tavola rotonda Ortofrutta made in Italy: valori e prospettive del comparto, organizzata da Sipo e Confagricoltura oggi a Fruit Logistica. Un momento di confronto che ha dato voce ai diversi anelli della filiera – dalla produzione alla ristorazione – facendo emergere opportunità e criticità che caratterizzano oggi il settore ortofrutticolo italiano sui mercati esteri.

Logistica: l’anello debole della filiera

La logistica rappresenta uno dei principali punti di fragilità del sistema. A sottolinearlo è stato Dennis Selva di Fit Fresh Dubai, che ha riassunto le esigenze di un mercato particolarmente esigente come quello degli Emirati. La partita, ha spiegato, si gioca sulla continuità delle forniture e sull’efficienza dei trasporti.

"Il mercato chiede alta qualità e il prodotto italiano risponde a questa esigenza, ma non basta - ha sintetizzato - Vorremmo consolidare le forniture, lavorare con il singolo produttore è complesso. Inoltre servono collegamenti più efficienti, come voli diretti, per esempio da Bologna".

Un tema ripreso anche da Riccardo Giacomini, direttore commerciale di Sipo, che ha ribadito come per superare le criticità logistiche e strutturali sia indispensabile un cambio di passo culturale: "Per aumentare l’export occorre fare sistema, creare reti d’impresa e presentarsi uniti sui mercati internazionali".

Costi elevati e valore del prodotto italiano

A pesare sulle esportazioni sono anche i costi di trasporto dall’Italia, sensibilmente più alti rispetto ad altri Paesi europei. A confermarlo è stato Giuseppe Perna, ristoratore italiano attivo in Germania dagli anni Ottanta, che nel suo ristorante il Punto di Berlino si rivolge a una clientela di fascia alta e ha scelto di puntare sul prodotto made in Italy, ortofrutta in primis. 

"Per lavorare con un certo tipo di cliente servono prodotti di altissima qualità e il prodotto italiano risponde pienamente a questa esigenza – ha puntualizzato – Ogni settimana un camion parte da Napoli con un carico di ortofrutta italiana destinato al nostro ristorante. Qualità e prezzi sono ben diversi rispetto a quelli della vicina Olanda, ma per noi è una scelta precisa: vogliamo essere ambasciatori della cultura gastronomica italiana".

Un esempio concreto che mostra come, nonostante le difficoltà logistiche ed economiche, il valore percepito del prodotto italiano rimanga elevato nei mercati premium.

Il ruolo della Gdo e delle produzioni di nicchia

Dal punto di vista della grande distribuzione organizzata, Giampaolo Ferri, export retailer Italia di Sipo, ha sottolineato come l’accesso alla Gdo rappresenti una sfida soprattutto per i piccoli produttori, ma non sia un obiettivo irraggiungibile.

"È vero che non è facile per un piccolo produttore arrivare alla Gdo – ha argomentato – ma i consumi guidano le scelte della grande distribuzione. Proprio per questo si possono sviluppare progetti di filiera in grado di aiutare i piccoli e medi produttori a crescere. Il consumatore predilige il prodotto italiano per sicurezza, qualità e tradizione, e le produzioni di nicchia made in Italy possono diventare per le insegne un importante elemento di differenziazione"..

Più incisivi e più umili sui mercati esteri

A chiudere il confronto è stato Massimiliano Ceccarini, alla guida di Sipo nonché presidente interprovinciale di Confagricoltura Forlì-Cesena e Rimini, che ha offerto una riflessione critica sul posizionamento dell’Italia nel contesto globale. 

"Noi italiani dobbiamo essere più incisivi, non siamo ancora strutturati per presentarci in modo efficace sul mercato globale - ha rilevato - Occorre unire le forze, fare economie di scala e avere il coraggio di copiare modelli vincenti, come quello spagnolo. Invece, troppo spesso, quando usciamo dai confini nazionali siamo tutti contro tutti, con il rischio di impoverire il mercato".

Come superare dunque l’impasse? Per Ceccarini la strada è chiara: "Occorre formazione, occorre lavorare insieme alle istituzioni e, soprattutto, partire da un’analisi oggettiva dei nostri punti di debolezza".

"Allarghiamo il palcoscenico, ma soprattutto le nostre menti - ha concluso - Solo lavorando sulle criticità possiamo migliorare. Dobbiamo essere meno presuntuosi e più umili: quando andiamo all’estero la competizione è altissima. Lavoriamo insieme per collocarci con forza e credibilità nelle nicchie di prodotto".

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