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17 ottobre 2026

Banane e sport: dal Manchester City al Banana Ball

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Una banana può essere molto più di uno spuntino prima della partita. Può diventare un oggetto da sventolare in curva, un segno di appartenenza e persino dare il nome a un nuovo modo di giocare a baseball. 

Lo raccontano due esperienze lontane per geografia e storia: le banane gonfiabili dei tifosi del Manchester City e il Banana Ball, una variante del baseball creata e resa famosa dai Savannah Bananas.

Non c’è un rapporto diretto tra i due fenomeni, ad accomunarli è il ruolo di un frutto quotidiano che dal consumo passa all’immaginario sportivo: a Manchester diventa un simbolo sugli spalti, a Savannah contribuisce a costruire l’identità di uno spettacolo.

Manchester City, le banane gonfiabili diventano tradizione

A riportare l’attenzione sulle banane dei Citizens è Oscar Maresca sul Corriere della Sera del 14 ottobre, raccontando la presenza dei gonfiabili tra i sostenitori del Manchester City e una tradizione che affonda le radici negli anni Ottanta.

Il sito ufficiale del club ricorda diverse versioni dell’origine. Quella ritenuta più credibile ha per protagonista Frank Newton, un tifoso che nel 1987 portò a Maine Road una banana gonfiabile presa in prestito da un amico. La storia si intreccia con quella dell’attaccante Imre Varadi, il cui nome venne trasformato dai sostenitori nel coro “Imre Banana”. Nella stagione 1988/89, i gonfiabili conquistarono gli spalti, accompagnati anche da oggetti di ogni genere.

(Immagine creata con IA)Tra tutti, le banane hanno mantenuto un posto speciale nel folklore del club. Tanto che nel 2016 il Manchester City annunciò la distribuzione gratuita di migliaia di gonfiabili per la semifinale di Coppa di Lega contro l’Everton, invitando i tifosi a portare colore e sostenere la squadra nella corsa a Wembley.

Savannah Bananas, il baseball mette al centro il pubblico

Intnto, negli Stati Uniti la banana non è soltanto un accessorio del tifo, ma dà il nome appunto ai Savannah Bananas, nati nel 2016 a Savannah, in Georgia. Nel 2020 si disputò la prima partita ufficiale di Banana Ball; nel 2022 la squadra annunciò l’uscita dalla Coastal Plain League per dedicarsi interamente al nuovo formato.

La filosofia è riassunta nel motto “Fans First. Entertain Always”, vale a dire "prima i tifosi, intrattenere sempre". Il coinvolgimento del pubblico non resta però una promessa di comunicazione, ma entra direttamente nelle regole del gioco, pensato per essere molto più veloce, spettacolare e incentrato sull'intrattenimento piuttosto che sulla pura competizione sportiva.

(Immagine creata con IA)

Una lega e più spazio in televisione

Il progetto è cresciuto fino a dotarsi di una struttura più ampia. Nel 2026 ha preso il via la Banana Ball Championship League, con sei squadre e un programma di oltre 180 partite, secondo la cronologia ufficiale dell’organizzazione.

Anche la copertura televisiva si è allargata. A febbraio ESPN, Disney+ e Savannah Bananas hanno annunciato un accordo esclusivo per 25 incontri nel 2026, contro i dodici dell’anno precedente, con appuntamenti anche sulle reti ESPN e su ABC. Un passaggio che porta il formato oltre l’esperienza allo stadio e ne amplia la distribuzione su più piattaforme.

Cosa racconta all’ortofrutta il successo della banana

I due casi restano distinti: nel Manchester City il simbolo nasce dalla creatività dei tifosi e diventa una tradizione mentre per i Savannah Bananas è parte dell’identità di un progetto costruito intorno all’intrattenimento.

Per chi lavora nella comunicazione ortofrutticola l’accostamento offre uno spunto: il valore simbolico di un prodotto può andare oltre le sue caratteristiche alimentari. Una forma riconoscibile, un nome familiare e un contesto coinvolgente possono farlo entrare in un racconto condiviso.

Un po' quello che è successo di recente nel tennis, con i Carota Boys, che hanno trasformato la carota in un simbolo del tifo per Jannik Sinner: un gruppo di amici, riconoscibile per i costumi arancioni, diventato popolare sugli spalti dei tornei internazionali.

Queste esperienze non dimostrano alcun effetto sulle vendite o sui consumi di frutta e verdura. Raccontano, però, come un prodotto quotidiano possa diventare un segno di appartenenza o dare un’identità a uno spettacolo. Per l’ortofrutta, la chiave di lettura sta tutta qui: non tanto comunicare il prodotto, ma riconoscerne la capacità di entrare nella cultura popolare.

(Immagine creata con IA)

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