Un recente editoriale di Stefano Feltri, pubblicato su Appunti con il titolo “La lobby agricola del lamento”, ha riportato al centro una discussione che il settore non può evitare: gli aiuti pubblici all’agricoltura non possono essere considerati un diritto automatico e non possono prescindere da risultati misurabili, sul piano economico, ambientale e sociale.
Feltri contesta l’idea che l’agricoltura europea sia intrinsecamente strategica, critica il peso dei sussidi, le barriere alla concorrenza internazionale e le resistenze da parte delle organizzazioni agricole (non tutte) alla transizione ambientale. Sostiene, poi, che produttività, tecnologia, specializzazione e commercio internazionale siano gli strumenti principali per garantire il cibo a prezzi accessibili. È una posizione provocatoria, ma non priva di punti che meritano confronto.
Il problema però è che, nel tentativo di colpire le rendite e le incoerenze della politica agricola, l’editoriale finisce per mettere sullo stesso piano grandi interessi organizzati, scelte delle associazioni di rappresentanza e aziende agricole che operano ogni giorno in condizioni imprenditoriali sempre più difficili.
La vera domanda: quale agricoltura sostenere?
Che l’agricoltura riceva risorse pubbliche è un dato di fatto. La Politica agricola comune (Pac) nasce anche per stabilizzare il reddito di un’attività esposta a volatilità dei prezzi, eventi climatici, fitopatie e costi produttivi che spesso non possono essere trasferiti a valle della filiera.
Il dibattito dovrebbe concentrarsi sulla qualità della spesa pubblica: premiare investimenti e innovazione, sostenere l’adattamento climatico, favorire il ricambio generazionale, la gestione del rischio e la capacità delle aziende di stare sul mercato, non semplicemente compensare perdite senza modificare i modelli produttivi.
Il punto, dunque, non è scegliere tra sussidi sì o no, ma capire se le risorse aiutano le imprese a diventare più solide oppure se contribuiscono a mantenerle dipendenti da interventi straordinari, deroghe e ristori.
Il prezzo non lo decide il campo
Feltri poi richiama la necessità di accelerare la transizione ambientale. Non è infatti difendibile un modello che chiede sostegni pubblici e, nello stesso tempo, rifiuta qualsiasi condizionalità ambientale. Clima, uso dell’acqua, fertilità dei suoli, tutela della biodiversità e riduzione degli input non sono vincoli estranei all’agricoltura: sono condizioni per poter continuare a produrre.
Ma la transizione non può scaricarsi soltanto sulle imprese agricole. Un produttore può investire in reti antigrandine, irrigazione di precisione, sensoristica, nuovi portinnesti, difesa integrata e innovazione varietale, certo, ma se il prezzo riconosciuto all’origine non remunera questi investimenti - o se una certa Gdo utilizza l’ortofrutta come prodotto civetta per la competizione promozionale - l’impresa non avrà la forza economica per cambiare.
Il nodo è proprio qui: molti agricoltori non chiedono di essere sottratti al mercato, ma di operare in un mercato nel quale il rischio e il valore siano distribuiti in modo meno squilibrato. E, così, la concorrenza internazionale può essere un’opportunità, ma deve svolgersi con regole verificabili su lavoro, sicurezza, sostenibilità, fitofarmaci, tracciabilità. E reciprocità. Non per chiudere le frontiere, ma per evitare che standard più alti diventino un costo solo per chi produce in Italia e nell'Unione europea.

L’ortofrutta non è una rendita
Nel comparto ortofrutticolo, poi, parlare di agricoltura in astratto rischia di far perdere il punto. Un imprenditore che produce frutta e verdura non gestisce soltanto un terreno: affronta raccolte concentrate in poche settimane, prodotti deperibili, standard qualitativi elevati, manodopera stagionale, energia elettrica per conservazione e condizionamento, logistica, imballaggi e rapporti commerciali spesso molto sbilanciati.
Non può rinviare la vendita aspettando quotazioni migliori, come accade per prodotti stoccabili. Grandinate, gelate tardive, ondate di caldo o fitopatie che possono far crollare in pochi giorni volumi, calibri e shelf life di produzioni programmate con anni di anticipo.
È il caso, per esempio, di frutteti, vigneti di uva da tavola e colture di piccoli frutti: investimenti pluriennali che richiedono strutture di protezione, irrigazione, ricerca varietale e capacità di gestione sempre più sofisticate.
Il tema allora non è chiedere protezione da ogni oscillazione di mercato, ma riconoscere che l’ortofrutta fresca presenta una particolare fragilità negoziale: il prodotto deve arrivare in tempi rapidi sugli scaffali, ha una vita commerciale breve e il produttore non ha sempre la forza di contrattare prezzo, condizioni di consegna, scarti e contributi promozionali.
Non a caso l’Antitrust ha avviato un’indagine sul ruolo della Gdo nella filiera agroalimentare, richiamando il possibile squilibrio di potere contrattuale a favore degli acquirenti nei comparti dei prodotti freschi pronti al consumo.
Difendere gli imprenditori ortofrutticoli non significa chiedere prezzi amministrati né chiudere le frontiere. Significa rafforzare le Organizzazioni di produttori (Op), rendere trasparenti i contratti, applicare reciprocità alle regole ambientali e sociali alle importazioni, rendere accessibili assicurazioni e fondi di gestione del rischio e investire in innovazione varietale e resilienza climatica.
I dati Ismea confermano che la redditività non può essere data per acquisita. L’export ortofrutticolo italiano è cresciuto, ma la tenuta dei mercati esteri non elimina la vulnerabilità economica delle imprese sul campo. Nei primi otto mesi del 2025 l’export ortofrutticolo italiano è cresciuto del 3,9% in quantità e del 6,3% in valore. Il saldo commerciale è stato positivo per 1,739 miliardi di euro, quasi interamente grazie ai prodotti trasformati: il fresco ha contribuito per 59 milioni.
In altre parole, i numeri dell’export o della produzione lorda non coincidono automaticamente con la sostenibilità dell’impresa agricola. È proprio su questa distanza — tra valore creato dalla filiera e reddito effettivamente riconosciuto a chi produce — che una critica ai sussidi deve diventare proposta di riforma, non una liquidazione troppo sbrigativa del comparto.
Non una rendita, ma un’impresa
Dire che l’agricoltura vale circa il 2% del Pil non basta a descriverne il ruolo. Il settore primario alimenta trasformazione, logistica, export, turismo, occupazione e presidio territoriale. Soprattutto, in molte aree interne e rurali, la chiusura di un’azienda agricola non è sostituita automaticamente da un’altra attività più produttiva: può significare abbandono, perdita di manutenzione del territorio e impoverimento della base produttiva locale.
Il che non giustifica la difesa indiscriminata di ogni azienda o di ogni forma produttiva. Anche l’agricoltura, come gli altri comparti, deve affrontare aggregazione, innovazione, ricambio generazionale e selezione imprenditoriale. Ma non è ragionevole sostenere che il mercato globale possa sostituire senza conseguenze la capacità di produrre cibo, reddito e servizi ambientali sul territorio nazionale.
Tra l'altro, nel suo spazio editoriale, Feltri in passato ha pubblicato la lettera di un imprenditore frutticolo che descriveva con chiarezza il problema: prezzi all’origine insufficienti, aumento dei costi, potere contrattuale della distribuzione e difficoltà ad avviare un’azienda senza disporre di terreni già in famiglia. Una testimonianza che invita a distinguere tra la protezione passiva e la costruzione di una competitività reale.
La sfida è uscire dalla contrapposizione
La difesa degli agricoltori, comunque, non può coincidere con il rifiuto delle critiche. Alcune battaglie del settore contro politiche ambientali mal progettate sono comprensibili; altre rischiano di trasformarsi in una difesa dello status quo, a danno degli stessi imprenditori che dovranno confrontarsi con siccità, eventi estremi e nuove fitopatie.
Allo stesso modo, non serve liquidare il settore come una “lobby del lamento”. Chi produce ortofrutta non è soltanto il destinatario di un aiuto pubblico: è un imprenditore che deve programmare raccolti con mesi o anni di anticipo, affrontare rischi non assicurabili (o solo parzialmente), rispettare standard elevati e competere in filiere nelle quali il valore non sempre torna a chi lo genera.
Un patto diverso
La via d’uscita non può essere l'assistenzialismo, ma neppure meno agricoltura. È un patto diverso: sostegni pubblici selettivi e condizionati a risultati, filiere trasparenti, contratti che riconoscano i costi di produzione, investimenti in ricerca e gestione del rischio, reciprocità nelle regole commerciali e una distribuzione del valore meno sbilanciata.
L’agricoltura non deve (e non vuole) chiedere immunità dalla concorrenza o dalla transizione. Chiede, invece, di poter affrontare entrambe senza essere lasciata sola a sostenere costi che riguardano l’intera società.