Dopo anni e anni di negoziati, Unione europea e India hanno siglato un accordo di libero scambio. Un buon piano B per il vecchio continente e per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, alle prese nella gestione non facile dei rapporti con gli Stati Uniti.
L’accordo in sintesi
Con questo patto si riducono le barriere tra i due partner, il che significa che i dazi subiranno un taglio stimato in quattro miliardi di euro.
Per l’agroalimentare le ricadute sono importanti: riducendo le tariffe, spesso proibitive, le esportazioni dall’Europa dovrebbero vivere un nuovo momento storico. E non c’è nulla da temere per la sicurezza: tutte le importazioni dall’India - assicura l’Ue - continueranno a essere soggette alle rigorose norme europee.
E' stato poi individuato un elenco di prodotti sensibili per i quali le cose non cambieranno: la Ue mantiene i suoi attuali dazi su carne bovina, zucchero, riso, carne di pollo, latte in polvere, miele, banane, grano tenero, aglio ed etanolo.
Aprirà invece alle importazioni di carne ovina e caprina, mais dolce, uva, cetrioli, cipolle essiccate, rum a base di melassa e amidi.
Un'opportunità per il made in Italy
L'accordo commerciale tra Unione europea e India offre interessanti opportunità al made in Italy agroalimentare. In attesa di conoscere i dettagli giuridici, l'intesa risponde all'esigenza di ampliare i mercati di riferimento per l'export comunitario e l'India esprime un grande potenziale.
Quanto all'Italia, oggi è già il terzo esportatore dell'Unione europea, con un valore dell'export in costante crescita e che nei primi 11 mesi del 2025 ha superato la soglia dei cinque miliardi.
Si prevede quindi che la progressiva riduzione dei dazi possa dare un impulso ulteriore, considerando che l'India è tra i paesi con le tariffe più elevate: 40% per i prodotti che rappresentano quasi la metà delle importazioni, con punte che superano il 100% per alcuni prodotti.
Inoltre va valutata l'evoluzione del consumatore indiano: già oggi il 30% della popolazione dell'India appartiene al ceto medio, con la previsione che questa percentuale salga al 43% entro il 2030 per effetto della crescita sostenuta.
Le riflessioni di Fruitimprese per l’ortofrutta
"Per il settore ortofrutticolo la firma dell’accordo è sicuramente una buona notizia - riferisce a myfruit.it Pietro Mauro, direttore di Fruitimprese - E per noi di Fruitimprese, che abbiamo nel nostro Dna il commercio internazionale, lo anche di più, soprattutto se nei testi che devono essere ancora definiti ci sarà il rispetto incondizionato del principio di reciprocità".
"Infatti, dopo quasi 20 anni di contrattazioni, si è partiti nel 2007 - prosegue - la presidente della Commissione, per dare un segnale al Tycoon (Donald Trump, presidente degli Stati Uniti), si è affrettata a stringere i tempi e non tutto è al momento chiarito, manca un punto importante, la parte relativa alle Indicazioni geografiche per cui c’è un accordo di massima, ma manca un testo sottoscritto".
"C’è poi un problema di tempi, per una deregulation definitiva, si prevede che ci vorranno infatti 5/10 anni - sottolinea - Oggi il prodotto italiano più esportato in India è di gran lunga la mela".

"Attualmente le mele scontano un dazio del 15% e i kiwi del 30%, l’abbattimento del dazio è sicuramente una buona notizia, anche per cominciare a esportare altri prodotti oggi non presenti come l’uva da tavola, che ha un dazio al 30 per cento".
"Gli indiani sono grandi produttori e consumatori di aglio - conclude - i nostri operatori sono rimasti un po’ delusi in quanto questo prodotto viene considerato sensibile, e quindi verrà mantenuto lo status quo. Poteva essere una buona occasione per movimentare il mercato europeo dominato dall’aglio spagnolo e in parte da quello cinese, peraltro pesantemente contingentato, e magari cercare di esportare un po’ del nostro prodotto tipico e aprire uno dei mercati più interessanti del mondo".