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Kmart in bancarotta

Il numero tre della grande distribuzione Usa ha chiesto l’amministrazione controllata

MILANO ? Un’altra sberla per l’economia americana: Kmart, il numero tre della grande distribuzione Usa, ha chiesto l’amministrazione controllata. La bancarotta di Kmart è un colpo molto duro per la fiducia dei consumatori, soprattutto a un mese da quella di Enron, il colosso dell’energia texano. Il marchio Kmart è però molto più noto: praticamente ogni americano ha comprato qualcosa nei negozi della catena fondata nel 1899 da Sebastian Kresge. Senza contare l’impatto sull’economia della bancarotta di un colosso da 37 miliardi di dollari di fatturato (50 miliardi di euro, secondo i dati 2000). I negozi Kmart sparsi per gli Stati Uniti sono oltre duemila e i dipendenti circa 250mila.
Il rallentamento dell’economia Usa e la concorrenza durissima con il numero uno dei grandi magazzini a prezzi moderati (simili alle catene “discount”), il gigante Wal Mart, con cui Kmart ha ingaggiato una guerra dei prezzi senza esclusione di colpi, hanno messo in gravissime difficoltà il gruppo.
Ieri Kmart ha annunciato di non essere in grado di pagare uno dei suoi principali fornitori, Fleming, che, dal canto suo, ha già interrotto le forniture. Anche Scotts ha interrotto la fornitura, fatta eccezione per alcuni generi alimentari già spediti. Gli scaffali sono dunque tristemente vuoti, anche se l’azienda è decisa a proseguire l’attività: dopo la presentazione della richiesta di messa in bancarotta, infatti, sono scattati subito gli interventi previsti dalle norme in vigore negli Usa nell’ambito di procedure di questo tipo.
Un consorzio bancario capeggiato da JP Morgan Chase e Fleet Securities, ha immediatamente attivato un finanziamento di emergenza, per un importo di due miliardi di dollari, che manterà a galla il gruppo in vista di un robusto piano di ristrutturazione.
Il titolo è piombato in un anno da un massimo di 13,55 dollari a 1,26 alla chiusura di mercoledì 16 gennaio, giorno in cui è stato tolto dall’indice Standard & Poor’s delle 500 maggiori azioni di Wall Street. Ieri, dopo essere stato declassato anche da Moody’s, è crollato ulteriormente a 0,71 dollari.

di Elena Comelli

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