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Focus del mese Trend e Mercati

Cresce la domanda di uva seedless: la risposta della produzione

Ismea: la conversione dei vecchi impianti è in atto, ma occorre fare presto. Il rischio è perdere quote di export, malgrado il +35%

Non sono molte le novità che emergono dal focus di Ismea dedicato alla campagna 2020 dell’uva da tavola: la produzione è come sempre concentrata in Puglia e in Sicilia, i quantitativi della campagna in corso sono in linea con quelli degli anni precedenti (un milione di tonnellate), il consumo interno non arriva ad assorbire il 40% della produzione nazionale. Ed è proprio questo il punto: perché se è vero che il settore può contare sugli importatori di sempre, è altrettanto vero che deve adeguare la propria offerta alla domanda. E il mercato chiede uve senza semi. La conversione dei vigneti è in atto, ma occorre fare presto: nonostante il rassicurante  +35% di export sul primo semestre del 2019, il pericolo di mercati più solerti nell’offrire varietà apirene permane.

Per il resto, emerge una stagione con uve di buona qualità, prezzi altalenanti alla produzione e vendite regolari al dettaglio: queste ultime sono agevolate dal prodotto e dai prezzi che, quest’anno, risultano concorrenziali rispetto alle altre specie di frutta estiva, in primis pesche e nettarine.

Superfici stabili, cresce l’apirena

Uve da tavola: superficie in produzione (ettari)

Restano stabili le superfici: 46mila ettari concentrati tra Puglia e Sicilia (oltre il 94% della produzione nazionale). E sembra essere in corso il tentativo di adeguare le varietà ai cambiamenti della domanda attraverso l’eliminazione dei vecchi impianti di varietà tradizionali a favore di vigneti a varietà apirene. Questi cambiamenti stanno influenzando la ripartizione provinciale della produzione, con una flessione degli investimenti nella provincia di Taranto e incrementi su altri areali pugliesi.

Ma, nel complesso, sul fronte dell’offerta, l’Italia è ancora incentrata sulle varietà storiche – Vittoria, Palieri, Italia e Red Globe – e presenta una disponibilità di nuove varietà di uve apirene ancora non adeguata alla domanda, sebbene da qualche anno in aumento. Per tale motivo le esportazioni italiane sono a rischio: la minaccia arriva da paesi produttori emergenti che, grazie a uve senza semi, di qualità, e con prezzi competitivi, tentano di erodere quote.

Export sotto la lente

Il capitolo export, quindi, merita di essere analizzato a fondo: tra i paesi esportatori, l’Italia si colloca al sesto posto a livello mondiale con spedizioni per circa 635 milioni di euro, preceduta, tra gli altri, dagli Usa e dal Perù.

Uve da tavola: quote di mercato dei primi 10 esportatori mondiali (% in valore)

Quanto ai mercati di sbocco, l’Unione europea resta il punto di riferimento, poiché assorbe in media il 90% delle esportazioni complessive. All’Ue si somma la Svizzera con il cinque per cento. Sul podio ci sono Germania – che assorbe un terzo del prodotto esportato, con importazioni per circa 330mila tonnellate e una spesa di 600 milioni di euro – Francia (18%) e Polonia (9%).

Focalizzando l’attenzione sul mercato tedesco, si osserva che le importazioni di uve negli ultimi cinque anni si sono ridotte dell’8% in quantità e del 4% in valore. Si è inoltre ridotto l’approvvigionamento dall’Italia: se nel 2015 la quota era del 36%, nel 2019 scende al 32%. Le quote perse dall’Italia sono andate a vantaggio di Sudafrica, India e Paesi Bassi che hanno incrementato la loro quota sul mercato tedesco.

Va detto, però, che segnali incoraggianti arrivano dalle prime battute della campagna commerciale 2020: le esportazioni sono aumentate del 35% rispetto al primo semestre 2019, ma sono invariate rispetto ai livelli medi del triennio 2016-18. L’aumento delle spedizioni ha riguardato tutti i principali mercati di sbocco europei, compresa la Svizzera. Germania, Francia, Austria, Polonia e altri paesi dell’Europa dell’Est si sono posti in particolare evidenza.

Quanto ai prezzi, nel primo semestre di quest’anno sono diminuiti del 5,5%, su base annua.

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