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Trend e Mercati

Cia: tra 10 anni consumi di verdura +49%

E di frutta +47%. Lo dice uno studio di Nomisma elaborato ad hoc per il progetto “Il Paese che vogliamo”

Il coronavirus ha fatto emergere la centralità strategica di agricoltura e agroalimentare e il rilancio dell’Italia non può che partire da qui, investendo sul valore economico, sociale e ambientale delle zone rurali del Paese. E’ il messaggio lanciato ieri da “Il Paese che vogliamo“, il progetto di Cia-Agricoltori Italiani che, dopo le cinque tappe del roadshow da nord a sud Italia, entra nella fase 2 nella videoconferenza dal titolo “Superare l’emergenza. I sistemi produttivi del territorio modello per ripartire“.

Ma partiamo dall’inizio. I consumi di cibo e bevande sono stati e continuano a essere tra i pochi che hanno segnato delle variazioni positive, del 5% in più sui primi quattro mesi del 2019 e del 6% in più ad aprile. Sono alcuni dei risultati del Report ad hoc elaborato da Nomisma su “Il ruolo economico e produttivo dell’agroalimentare italiano in tempo di Covid-19 e scenari di lungo periodo”. In particolare, nel periodo più caldo dell’emergenza, ovvero tra il 17 febbraio e il 24 maggio, le vendite alimentari nella Grande distribuzione sono cresciute del 13%, trainate da prodotti base della filiera agroalimentare Made in Italy: gli acquisti di farine, lieviti, latte e uova, durante la quarantena, si sono impennate del 42% rispetto allo stesso periodo del 2019 e dopo che lo scorso anno segnavano uno 0,8% in meno. La pasta (+17%), l’ortofrutta (+15%) e il vino (+11%) sono gli altri prodotti che hanno guadagnato una crescita annua importante. Lo studio racconta i valori alla base delle scelte di acquisto di food&beverage, individuano i fattori influenti e tracciano possibili scenari. Ne emerge un consumatore cittadino che esce dalla crisi pandemica più attento al Made in Italy (26%), alla tutela dell’ambiente (22%), alle tipicità del territorio (16%), alla salute (15%) e alla convenienza (14%).

Con popolazione più vecchia nel 2050 consumi giù del 10%

Guardando in prospettiva, da qui ai prossimi 30 anni, una popolazione italiana più vecchia ( destinata a passare dal 26% attuale al 38% nel 2050) porterà a un calo dei consumi totali vicina al 10%. Per sopravvivere a questa diminuzione, secondo il Report, servirà puntare su competenza nell’export e nuovi assetti aziendali per produzioni realmente più orientate al consumatore e sviluppare nicchie di prodotto in grado di incontrare la richiesta di specifici segmenti di consumo. Oltre all’invecchiamento della popolazione, secondo il Report concorreranno a definire un nuovo modello di consumi alimentari la presenza di stranieri in Italia come anche lo smart working. Di impatto sarà infine anche l’evoluzione dei redditi e le relative differenze nel carrello della spesa non solo come prodotti ma anche come caratteristiche.

I consumatori con redditi alti sono più attenti degli altri al Made in Italy, alla marca industriale, alla certificazione biologica e ai cibi light. Così, gia tra 10 anni, aumenteranno i consumi di verdura (49%), frutta (47%) e olio extravergine di oliva (6%), mentre diminuiranno quelli di pasta (-23%), carne (-32%) e salumi (-45%). Nel 2050, si acquisteranno più prodotti biologici (44%), rich-in (34%), carne bianca (19%) come anche di Parmigiano Reggiano (8%), mentre il saldo sui consumi di vino e carne rossa sarà negativo rispettivamente del 22% e del 45 per cento.

Scatta la fase 2 per il progetto Il Paese che vogliamo

“L’agricoltura ha svolto la funzione di garante dell’approvvigionamento alimentare nazionale – ha spiegato il presidente nazionale di Cia, Dino Scanavino – un impegno straordinario non sufficiente però ad arginare crisi e perdite reddituali, soprattutto legati allo stop di bar e ristoranti e al crollo delle presenze negli agriturismi”. Sotto pressione anche la tenuta sociale dei territori dove, con il lockdown molte debolezze sono state amplificate, a partire dall arretratezza infrastrutturale fisica e digitale; al lato opposto sono emerse alcune potenzialità delle aree rurali, come il benessere ambientale, la qualità dell’aria e del paesaggio. “E’ il momento di lanciare la fase 2 del progetto Il Paese che vogliamo – ha concluso il presidente – consapevoli delle nuove sfide che l’emergenza ha prodotto, ma anche con la certezza che l’agricoltura debba giocare da protagonista attiva verso il rilancio dei territori e del sistema Paese”.

Provenzano, dopo lockdown agricoltura ancora più strategica

“Chi conosce il Sud conosce il ruolo che l’agricoltura ha per il territorio, un settore che ha ricevuto in questi mesi di emergenza una nuova attenzione che mancava da tempo”. Lo ha detto il ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, intervenuto alla video conferenza Cia.

“La crisi è crisi indubbiamente ha lasciano ferite che ora andranno sanate – ha detto il ministro – ma la pandemia ci ha fornito comunque un’occasione vera. Durante l’emergenza abbiamo visto come sono aumentati i consumi agroalimentari, ma anche come si sia diffusa una nuova consapevolezza”. Il ministro ha evidenziato il ruolo delle aree interne su cui fondare un nuovo sviluppo. “Sono luoghi che conservano un patrimonio naturalistico importante ma anche un saper fare che rimanda spesso all’agricoltura“, ha precisato Provenzano, sottolineando che “il Green Deal e l’innovazione digitale sono le direttrici sulle quali stiamo lavorando per il rilancio del Paese“. Il ministro, infine ha detto che la settimana prossima si incontrerà con la ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova per “concentrare maggiormente lo sforzo attuativo e potenziare le politiche di coesione territoriali”.

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