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Cibi pericolosi, Coldiretti contro le nocciole turche

Le particolarità della frutta secca sono state al centro di un convegno dal titolo: “Biodiversità dell’Alto Molise. Dal tartufo al nocciolo.

Spetta alle nocciole provenienti dalla Turchia, secondo Coldiretti, il triste primato di prodotto più pericoloso per la salute umana, a causa nel netto superamento dei limiti di aflatossine. Ma nel mirino dell’associazione agricola sono finiti anche le arachidi cinesi e i fichi secchi turchi. La relazione riguardante “La classifica dei cibi più pericolosi” è stata presentata da Coldiretti al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Cernobbio (svoltosi tra venerdì e sabato scorsi) ed elaborato sulla base del Rapporto del Ministero della Salute sul sistema di allerta europeo.

“Nel 2015 – afferma Coldiretti – gli arrivi di nocciole dalla Turchia, che si è classificato come prodotto più pericoloso con la presenza di aflatossine oltre i limiti, sono aumentati in valore del 47 per cento, facendo segnare il valore record di 295 milioni di euro, massimo storico, con un ulteriore balzo in avanti dell’8 per cento nel primo semestre del 2016. Boom del 48 per cento – prosegue Coldiretti – pure per il tonno e il pesce spada spagnoli, la cui qualità è messa in forte dubbio dai casi di eccessiva presenza di metalli pesanti. E’, invece, addirittura del 141 per cento l’incremento delle importazioni di arachidi dalla Cina, anche qui con problemi di aflatossine e aumentano pure gli ingressi di peperoncino indiano, nel mirino per i ripetuti allarmi da contaminazioni microbiologiche e pesticidi con una crescita del 22 per cento sempre nel 2015. Ma salgono anche del 60 per cento le importazioni di peperoni turchi e del 19 per cento quelle di fichi secchi (aflatossine e pesticidi) sempre dal paese di Erdogan. Pure gli arrivi di pistacchi dall’Iran – rileva Coldiretti – aumentano del 9 per cento, nonostante i problemi di aflatossine, così come salgono del 10 per cento quelli di pesce vietnamita, dove si è riscontrata frequentemente la presenza di metalli pesanti.

Un flusso costante di arrivi tanto più inquietante se si considera che molti di questi prodotti vengono utilizzati come ingredienti nelle preparazioni di cibi poi spacciati per Made in Italy, senza che questo venga riportato in etichetta. Da qui la necessità di continuare nel percorso di trasparenza e introdurre l’etichetta d’origine obbligatoria su tutti gli alimenti in commercio. Ma occorre anche rendere finalmente pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero – conclude l’associazione agricola – per far conoscere ai consumatori i nomi delle aziende che usano ingredienti stranieri. Solo in questo modo sarà possibile liberare le imprese italiane dalla concorrenza sleale delle produzioni straniere realizzate in condizioni di dumping sociale, ambientale e con rischi concreti per la sicurezza alimentare dei cittadini”.

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