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Prodotti

Puglia: è boom di frutta esotica

Avocado

Secondo la Coldiretti in Salento la crescita è esponenziale: sono oltre 150 gli ettari destinati a avocado, mango e bacche di Goji

Non solo Sicilia e Calabria. Le prime coltivazioni di avocado, mango, bacche di Goji e di aronia, banane e lime stanno diffondendosi anche in Puglia. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti Puglia sulla produzione di frutta tropicale, un fenomeno esploso come diretta conseguenza delle mutazioni del clima e destinato a stravolgere sia i prossimi comportamenti di consumo, sia le scelte produttive delle aziende agricole.

“Negli ultimi anni siamo passati da pochi ettari a oltre 150 ettari piantati con frutti tropicali, con un incremento esponenziale. Il fenomeno della frutta esotica in Puglia, spinto anche dall’iniziativa di tanti giovani produttori, è un esempio della capacità di innovazione delle imprese ortofrutticole italiane. Capacità che, però, troppo spesso viene ostacolata dal ritardo organizzativo, infrastrutturale e diplomatico che ha impedito alle imprese di agganciare la ripresa della domanda all’estero, con un crollo nell’ortofrutta fresca esportata nel 2019 dell’11% in quantità e del 7% in valore, rispetto all’anno precedente”, dichiara Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia.
A Castellaneta (Taranto) sono state piantumate altre 32mila piante di avocado, In Salento si parla di ottomila piante di mango e altrettante piante di lime, mentre stanno facendo capolino le coltivazioni di banane 100% made in Puglia.

Come cambia il consumo  (e il consumatore)

Secondo un sondaggio Coldiretti-Ixè, oltre sei consumatori su 10 (61%) acquisterebbero banane, manghi, avocado made in Italy al posto di quelli stranieri, se li avessero a disposizione.
Il 71% dei cittadini, poi, sarebbe disposto a pagare di più per avere la garanzia dell’origine nazionale dei tropicali. Una scelta motivata dal maggiore grado freschezza, ma anche dal fatto che l’Italia – precisa la Coldiretti – è al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,8%), quota inferiore di 1,6 volte alla media dell’Unione europea (1,3%) e addirittura sette volte a quella dei Paesi extracomunitari (5,5%).

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