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29 luglio 2026

Moria del kiwi, il caldo estremo aggrava la sindrome

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L'estate 2026 sta facendo segnare in Italia temperature molto sopra la norma. Dopo un mese di giugno tra i più caldi degli ultimi settant'anni, con l'anticiclone africano e valori fino a 10-12 gradi oltre le medie del periodo, una nuova ondata di calore è tornata sulla Penisola. Il caldo eccezionale non pesa solo sulla salute delle persone, ma mette in difficoltà anche l'agricoltura. E preoccupa in particolare chi coltiva kiwi, una delle produzioni di punta dell'ortofrutta italiana.

Problemi su moria die kiwi

Il caldo estivo, infatti, è tra i fattori che aggravano la cosiddetta "moria del kiwi", la malattia che da oltre un decennio colpisce i frutteti italiani. Il legame con il caldo, però, va spiegato con precisione, perché il calore estivo non è la causa diretta del fenomeno. Il deperimento della pianta parte in genere già dalla primavera, per l'azione di patogeni presenti nel terreno che aggrediscono le radici. A favorirli sono le piogge abbondanti e una gestione irrigua e agronomica non adeguata, che alterano l'equilibrio dei microrganismi del suolo (la cosiddetta disbiosi) e indeboliscono l'apparato radicale. 

Quando arriva l'ondata di calore, la pianta è quindi già in sofferenza: le alte temperature riducono l'ossigeno nel terreno, aumentano l'aggressività dei patogeni e accelerano la comparsa dei sintomi. Il caldo, insomma, peggiora una condizione che si è creata mesi prima, e va letto come uno dei tanti fattori che concorrono alla malattia.

Un progetto nazionale contro la moria

Per affrontare un fenomeno complesso e ancora poco compreso nasce Sos-Kiwi – From SOil to Soil: origin and remediation to kiwifruit vine decline syndrome, il primo progetto nazionale dedicato allo studio integrato delle cause della moria e allo sviluppo di strategie sostenibili per il suo contenimento. Finanziato da Ager – Agroalimentare e ricerca e coordinato dall'Università di Udine, il progetto riunisce per la prima volta competenze multidisciplinari e territori chiave del Nord-Est, Nord-Ovest e Sud Italia, coinvolgendo l'Università di Torino, l'Università di Napoli Federico II, l'Università Mediterranea di Reggio Calabria e la Fondazione Agrion. I danni sono ingenti.

Dal 2012 a oggi la moria ha causato la perdita del 25% delle superfici coltivate a livello nazionale, con perdite di produzione lorda vendibile stimate tra 85 e 131 milioni l'anno, a cui vanno sommati i gravosi costi di espianto e smaltimento degli impianti compromessi. Le piante colpite, incapaci di assorbire acqua e nutrienti, vanno incontro a un rapido collasso dell'apparato radicale che ne provoca la morte nel giro di due anni, coinvolgendo intere filiere e territori a forte vocazione frutticola.

I risultati raggiunti finora

Arrivato a metà del suo percorso, SOS-KIWI ha già prodotto risultati concreti. I ricercatori hanno individuato i microrganismi patogeni ricorrenti negli impianti colpiti, Phytopythium vexans, diffuso in diverse regioni, e un secondo oomicete simile a Phytophthora sojae, presente soprattutto nel Nord-Est. Un dato che conferma la natura multifattoriale della malattia, legata all'interazione tra fattori biotici, agronomici e del suolo.

Uno dei risultati più utili sul piano pratico è lo sviluppo di un innovativo test molecolare capace di individuare P. vexans ancor prima della comparsa dei sintomi visibili – un secondo test per il P. sojae-like è in fase di realizzazione. Uno strumento che apre alla diagnosi precoce e a interventi più tempestivi. Per la prima volta, inoltre, tutti i partner hanno adottato un metodo standardizzato di campionamento ed estrazione del DNA da suolo, rizosfera e radici, che consente di confrontare in modo affidabile i dati raccolti in aree geografiche diverse.

Le analisi hanno confermato anche quanto conti il fattore suolo. I terreni compatti e poco aerati favoriscono la comparsa della moria, mentre quelli più porosi ne riducono l'incidenza, a conferma che la gestione del drenaggio e della struttura del terreno è decisiva per la prevenzione. Il progetto sta poi lavorando su strategie di contenimento ecocompatibili. Tra queste, l'impiego di microrganismi benefici, la biofumigazione con sovescio di rucola e un consorzio microbico innovativo, composto da batteri promotori della crescita e dal fungo micorrizico Funneliformis mosseae, hanno già dato risultati incoraggianti in condizioni controllate. Un campo sperimentale con 150 piante servirà infine a verificare l'efficacia delle soluzioni direttamente in campo.

Buone pratiche agronomiche per ridurre lo stress termico

Le piante di actinidia sono molto sensibili agli stress termici e idrici e necessitano di un’attenzione particolare nel periodo estivo, soprattutto in occasione di eventi di caldo estremo. Per questo motivo, considerando la naturale predisposizione di questa coltura per gli ambienti ombreggiati, reti antigrandine e ombreggianti si rivelano un sistema indispensabile. A dimostrarlo, sono le esperienze condotte in Piemonte e proprio nell’ambito del progetto Sos-Kiwi. Riguardo alle colorazioni delle reti e relativa ombreggiatura si consiglia di non superare il 30% di riduzione della radiazione luminosa al fine di consentire un’adeguata attività fotosintetica e maturazione delle gemme a fiore per l’anno successivo.  Da non sottovalutare, inoltre è anche la progettazione di questi impianti: È infatti frequente che dopo una forte ondata di calore l’energia accumulata in atmosfera si libera sottoforma di temporali con forte vento e grandine. Pertanto, pali e tiranti devono essere opportunamente dimensionati.

Per quanto riguarda la gestione del suolo è stato osservato che, oltre alle lavorazioni superficiali del terreno consigliate -realizzabili tra l’autunno e l’inizio della primavera con suolo in condizioni di “tempera “– per migliorare il drenaggio del suolo - nel periodo estivo e in presenza di temperature anomale, è preferibile non procedere al taglio dell’erba. Avendo a disposizione più superficie erbacea di contatto, le irrigazioni realizzate riescono a mantenere un’umidità più elevata e un microclima più favorevole alle piante riducendo temperatura del suolo, dell’aria e il Vpd (Vapour pressure deficit).

L'irrigazione 

Relativamente alla pratica dell’irrigazione è importante dotarsi di sensori che monitorino lo stato idrico del terreno al fine di mantenere costante un adeguato contenuto di acqua negli orizzonti più superficiali di suolo esplorati dalle radici. A fare la differenza è anche il sistemo irriguo: sistemi a spruzzo o con doppia ala gocciolante sono più efficienti rispetto a quelli a singola ala, poiché bagnano una superficie di suolo più ampia. Rimanendo nella tematica dell’irrigazione, sono in aumento i casi che prevedono l’utilizzo di sistemi ad aspersione sovrachioma con l’intento di raffrescare le chiome surriscaldate e ridurre la temperatura fogliare. Questa pratica consente di attenuare lo stress della pianta riducendo anche il Vpd (Vapor Pressure Deficit)[1]  e affrontare al meglio eventi di caldo estremo.

Un ultimo aspetto da considerare è l’impiego di biostimolanti che agiscono sulle funzionalità fisiologiche dell’albero limitando i significativi stress idrici e termici. Riguardo questo, sono attualmente in corso diverse sperimentazioni. Lo scopo è valutare il loro migliore impiego.

Il convegno del 15 settembre all'Università di Udine

I risultati del progetto e le strategie di contrasto alla moria saranno al centro del convegno Moria del kiwi: dall'emergenza alla gestione sostenibile, organizzato dall'Università di Udine per il 15 settembre 2026. I lavori dureranno l'intera giornata e vedranno intorno allo stesso tavolo i ricercatori delle università e degli enti coinvolti, insieme a tecnici e operatori del settore agricolo. I lavori sono divisi in quattro sessioni. 

La prima farà il punto sullo stato della moria in Italia e sul suo impatto economico e ambientale. La seconda sarà dedicata alle cause della malattia e ai patogeni coinvolti. La terza affronterà il ruolo della microbiologia del suolo, con i consorzi microbici benefici messi a punto dal progetto. L'ultima riguarderà gli aspetti agronomici e genetici, dai metodi di contenimento alla gestione dell'irrigazione, fino ai portinnesti e ai genotipi più resistenti. In chiusura è prevista una tavola rotonda sulle prospettive future della filiera.


Fonte: Ager

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